-
 

ANPI
Cividale del Friuli

A 100 anni dalla
Rivoluzione d'Ottobre

contributo di Gabriele Donato - 11 novembre 2017

-

-
---Quanto segue è la trascrizione dell'intervento dello storico Gabriele Donato.
---Speriamo di essere riusciti a rendere correttamente quanto espresso dal relatore
---nel corso del suo intervento - la redazione del sito

Parto da un piccolo elemento di riflessione relativo all’anniversario della Rivoluzione russa: mi aspettavo che le cose andassero molto peggio; mi aspettavo di peggio anche alla luce della retorica reazionaria che ha contraddistinto le rievocazioni dell’LXXX e del XC anniversario.

Nell’occasione del centenario della Rivoluzione d’Ottobre mi sembra che l’approccio sia stato diverso, per certi aspetti positivo. Gli approfondimenti di Paolo Mieli ed Ezio Mauro sono stati nel complesso interessanti ed equilibrati, e parlo di giornalisti legati pienamente alle élite di questo paese.

Quali le cause di questo diverso tipo d’approccio? Forse che i comunisti siano meno temuti perché sembrano meno capaci di farsi ascoltare su quegli avvenimenti? O forse perché non riescono a dire quello che vorrebbero o non riescono a dare a essi il rilievo che vorrebbero? Forse per questo gli altri sono meno ostili, meno astiosi e più disponibili a riflettere in modo più sereno ed equilibrato? Non so se le cose stiano così: di sicuro fa più piacere discutere in un contesto non condizionato dal rancore che caratterizzava l’epoca in cui venne pubblicato il “Libro nero del comunismo”.

In alcuni passaggi del lavoro di Ezio Mauro ho addirittura intravisto del trasporto mentre ripercorreva la storia di quei avvenimenti: è proprio vero che le rivoluzioni, per come si sviluppano, riescono a generare grandi passioni, e queste passioni non si estinguono nemmeno a decenni di distanza.

Mi piacerebbe chiarire alcuni dei motivi alla base delle passioni che quegli avvenimenti continuano a trasmettere a chi guarda a questa storia senza pregiudizi; vorrei evitare, invece, di proporre una riflessione sulle dinamiche e l’interezza delle traiettorie del comunismo nel ‘900: sarebbe un proponimento troppo impegnativo.

Il tutto parte da Pietrogrado, una città del tutto paragonabile alle grandi capitali europee del periodo, ma anche la capitale di un paese che presentava diversità e squilibri di ben altra portata rispetto ai paesi del resto dell’Europa. La guerra aveva peggiorato le cose: il crollo della produzione agricola provocato dal richiamo al fronte di moltissimi contadini, la fame, l’inflazione, il calo del potere d’acquisto dei salari …
Proprio in questa città della Russia zarista si sono svolti gli avvenimenti più importanti di quel periodo i cui echi, con reazioni contrastanti, si sarebbero poi riverberati in tutto il paese.

Qui, nel febbraio del 1917 (calendario giuliano), prende forma una rivoluzione degli operai e dei contadini. Quanti altri episodi della storia del ‘900 possono esser “etichettati” in questo modo? Quali altre rivoluzioni possono essere descritte con la consapevolezza che operai e contadini ne furono similmente protagonisti?

Qualcuno sostiene che la parte terminale della rivoluzione, quella di ottobre, sia stata opera esclusiva dei bolscevichi, in nome certo degli operai e dei contadini che dicevano di rappresentare. Ma allora, è stata una rivoluzione di operai e contadini o una rivoluzione dei bolscevichi? All’inizio della rivoluzione a febbraio come sono andate realmente le cose? Se i dirigenti politici, i rivoluzionari di professione, sono stati determinanti nell’imprimere la torsione decisiva agli avvenimenti dell’autunno, che ruolo hanno avuto negli avvenimenti all’inizio di quell’anno?

Persino gli storici più reazionari che detestano la storia del bolscevismo non hanno dubbi sul ruolo determinante che i bolscevichi ebbero nei fatti di ottobre, anche se poi sottolineano gli effetti negativi del loro protagonismo in quegli avvenimenti. Ma cosa ha significato il protagonismo dei bolscevichi in quel periodo?

Nelle organizzazioni tradizionali che a quella storia fanno riferimento (le organizzazioni comuniste, ma non solo) – come era inevitabile che succedesse – ha preso piede una retorica condivisa che ha messo innanzitutto al centro la lungimiranza, l’organizzazione, la lucidità, lo spirito di corpo, la coesione dei bolscevichi. Molti di noi, pertanto, sono cresciuti politicamente nell’idea che quel partito sia stato il partito rivoluzionario per eccellenza, con tutti i crismi che si convengono: coeso, compatto, totalmente proiettato verso obiettivi chiari.

I bolscevichi sono stati certamente protagonisti nelle vicende dell’ottobre: secondo alcuni storici ultra-reazionari, però, la dinamica di quella rivoluzione sarebbe stata in ultima analisi l’invenzione di quel gruppo di manipolatori, abili dal punto di vista militare, scaltri dal punto di vista politico e in virtù di questo capaci di conquistare il potere con un colpo di Stato. La Rivoluzione d’Ottobre, in altri termini, come prodotto di una cospirazione ben orchestrata.

E’ proprio così? Lenin, il capo di questa presunta “cospirazione”, ancora a poche settimane dagli avvenimenti del febbraio si diceva convinto che la sua generazione di rivoluzionari non avrebbe assistito alle battaglie decisive dell’imminente rivoluzione …
Siamo un po’ lontani dall’immagine di un capo che sta per prendere in pugno la Russia e sta cospirando con l’obiettivo di mettere nel sacco tutti i suoi oppositori! Lenin era in Svizzera all’inizio del 1917, e nei suoi pensieri la rivoluzione non era collocata nell’immediato. Dopo solo pochi giorni tutto in Russia sarebbe esploso.

La Russia esplode in seguito a un episodio repressivo che scatena la rabbia furibonda di tantissimi nella capitale di quell’impero sterminato. Le manifestazioni cominciarono in occasione della giornata internazionale della donna e proseguirono per giorni con intensità e partecipazione crescenti. Le élite, spaventate, reagirono con la repressione, come già avevano fatto in passato in occasioni analoghe. Una manifestazione venne stroncata con violenza e questo fece esplodere la rabbia degli operai, dei contadini e dei soldati. La gente, invece di tornare a casa terrorizza, decise questa volta di rimanere per le strade: cominciò così la Rivoluzione di febbraio

I bolscevichi si mossero con accortezza, certo. Non erano tanti: secondo le stime più accreditate, nel febbraio del 1917 i membri effettivi del partito bolscevico erano circa 5-6 mila. Alcuni di loro reagirono agli avvenimenti non capendo bene cosa stesse succedendo: erano convinti che con qualche libbra di pane data agli operai tutto sarebbe terminato. In passato era accaduto molte volte. Attenzione: si trattava di considerazioni espresse non da degli sprovveduti, ma da rivoluzionari di professione passati per mille esperienze, forgiati da conflitti di ogni genere. L’idea che vorrei smontare è che i bolscevichi muovessero le fila di quel che stava accadendo come dei burattinai.

La rivoluzione che prese forma a febbraio nasceva dalle contraddizioni originate da una guerra che stava andando molto male dal punto di vista militare. Erano state perse dall’Impero zarista la Polonia, la Bielorussia, la Lituania e parte dell’Ucraina. Succede spesso che dalle guerre si originino eventi rivoluzionari: era già successo nel 1905 con la guerra russo-giapponese. Il pessimo esito di quella guerra aveva scosso il paese e già in quella occasione le masse era entrate sulla scena politica attraverso una modalità organizzativa che aveva sorpreso anche i bolscevichi: i soviet.
E quando nel 1917 gli avvenimenti riprendono a svilupparsi con la stessa dinamica tumultuosa, queste organizzazioni popolari – i soviet per l’appunto – riappaiono dando voce a chi, in quel contesto autocratico, non ne aveva mai avuta. Dopo le giornate di fine febbraio queste strutture riprendono a funzionare con il meccanismo del suffragio universale: i protagonisti sono gli operai, più politicizzati, e i soldati. I contadini avrebbero animato i propri soviet nei mesi successivi, anche se i soldati erano in gran parte di origine contadina.

Gli operai nel 1913 erano pochi milioni (circa tre) in un contesto di circa 170 milioni di persone. Com’è che riescono a essere protagonisti? Perché in un contesto di rapido e tumultuoso sviluppo industriale le masse operaie sono molto concentrate in alcune grandi città e in alcuni enormi stabilimenti: in queste situazioni percepiscono la propria forza e mettono in piedi strutture di auto-organizzazione decisamente vigorose. Non che non avessero i loro partiti, ma in quegli avvenimenti sentono l’esigenza di essere protagonisti e di non limitarsi a riconoscersi nelle posizioni delle loro organizzazioni tradizionali.

Il più importante partito operaio in quelle settimane era il Partito socialdemocratico di orientamento menscevico: un gruppo che derivava dalla divisione nel 1903 del Partito socialdemocratico russo (nome che non deve ingannare: si trattava di un partito di ispirazione marxista a tutti gli effetti). Questa divisione scaturì da una disputa che vide per alcune settimane maggioritario il gruppo legato a Lenin (bolscevico=maggioritario) rispetto a un gruppo di minoranza che venne definito, per l’appunto, menscevico (menscevico=minoritario).

In molte discussioni successive, tuttavia, proprio la posizione dei bolscevichi sarebbe stata minoritaria. La loro influenza, per esempio, in quei giorni di febbraio sulla classe operaia era inferiore a quella dei menscevichi. C’erano anche alte organizzazioni all’interno di questo tumulto di ribellioni: fra esse quella dei socialisti rivoluzionari, la cui influenza era molto forte nelle campagne povere. C’era una contesa aperta fra varie fazioni che si riconoscevano nella comune campagna contro l’autocrazia zarista: esse, infatti, su molti altri obiettivi al centro della discussione avevano posizioni molto diverse. Esistevano molte fazioni anche nei soviet: nelle manifestazioni e nelle assemblee prendevano la parola e avanzavano le proprie parole d’ordine. Un quadro ben più complicato, dinamico e interessante di quello descritto dai teorici del cosiddetto colpo di Stato.

In quegli avvenimenti probabilmente solo Lenin e pochi altri avevano una visione rivoluzionaria chiara e approfondita: molti quadri, anche all’interno del partito bolscevico, erano notevolmente confusi. La confusione è inevitabile quando la storia si mette in moto e la storia, quando si mette in moto, sorprende chiunque, spesso anche i rivoluzionari più consapevoli e lucidi.

Il partito bolscevico, nonostante questa confusione diffusa anche in seno alle sue file, cresce nel corso degli avvenimenti e a fine febbraio conta – secondo alcune stime – 20 mila aderenti: cresce reclutando continuamente migliaia di sostenitori. Può una organizzazione che spalanca le proprie porte in questo conservare una coesione granitica? Non è credibile la tesi che insiste sul carattere monolitico del bolscevismo. Quando Lenin rientrò in Russia, infatti, ritrovò il proprio partito disorientato e collocato su posizioni che non condivideva.

La rivoluzione intanto avanza, suscitando passioni ed entusiasmo, e persino gli esponenti più moderati dello schieramento rivoluzionario, quelli che volevano che lo zar se ne andasse e la rivoluzione si fermasse lì, riconoscono che la Russia, in quelle settimane, era diventato il paese più libero del mondo. Si discuteva su tutto, si stampavano giornali propagandistici di ogni genere, e le discussioni non coinvolgevano solo gli intellettuali, ma anche i librai, le cameriere, i facchini …
C’era una voglia incredibile di sapere e capire e il materiale propagandistico diffuso andava a ruba. Quando parliamo di rivoluzione non dobbiamo concentrarci solo su militanti rivoluzionari e partiti rivoluzionari, ma dobbiamo anche considerare con attenzione il “clima rivoluzionario”: un clima entusiasmante, come si può vedere nelle diapositive che ho deciso di mostrarvi.

Il partito bolscevico appare disorientato, come dicevo, e Lenin, al suo rientro nell’aprile del 1917, lo trova irrigidito su una posizione di sostegno critico a quel governo provvisorio che nel frattempo si era costituito e che aveva raggruppato tutti coloro che si erano riconosciuti in questa rivoluzione. Lenin, invece, sostiene che i bolscevichi non devono accodarsi, ma nel presentare le proprie idee ai dirigenti del partito Lenin si trova inizialmente isolato. Lenin riteneva che non si dovesse esprimere nessun appoggio al governo provvisorio, “perché – disse – non è cosa nostra”. Questo governo non voleva mandare avanti la rivoluzione, voleva fermarla: Lenin lo aveva capito, e difendendo questa posizione, pur essendo un dirigente autorevolissimo, si trovava in minoranza nel suo partito. Gli servirono alcune settimane per riprendere in mano il partito. Vari dirigenti lo sfidarono: alcuni dirigenti sostennero addirittua che l’isolamento in cui Lenin si era trovato durante l’esilio gli aveva fatto perdere lucidità. Lo scontro interno fu molto duro.

Lenin, tuttavia, difese la sua linea politica e propose la parola d’ordine: “Tutto il potere ai soviet”. In quelle settimane, d’altra parte, aveva preso forma una dinamica di dualismo di poteri: c’era un governo provvisorio che raggruppava tante personalità politiche importanti della Russia dell’epoca e che ambiva ad esercitare il potere in attesa della convocazione di una assemblea costituente. Poi c’erano i soviet, che non avevano una posizione di ostilità preconcetta nei confronti del governo provvisorio, ma che esprimevano un’altra forma di potere.

Potevano convivere questi due poteri? Secondo Lenin no! Per i liberali, i soviet avrebbero dovuto estinguersi il prima possibile. Secondo i socialisti di varia tendenza avrebbero dovuto trovare un equilibrio, all’interno di un nuovo assetto istituzionale, coesistendo con il governo legittimo. Per Lenin, invece, tutto il potere andava attribuito a queste organismi nuovi animati innanzitutto dagli operai, non ben compresi nel resto dell’Europa, ma che in Russia avevano una storia di alcuni anni.

Il dibattito si infiammò attorno a questo dualismo. Il potere tradizionale era venuto meno e il dibattito si incentrava su chi avrebbe preso il potere che fino ad allora era stato tenuto da una élite raccolta attorno allo zar nei secoli precedenti. La domanda decisiva era: chi avrebbe preso il potere? Un governo che si era costituito a immagine e somiglianza dei governi degli altri paesi europei, con la prospettiva di fare della Russia un paese democratico e capitalista avanzato? Oppure la rivoluzione avrebbe dovuto produrre una forma di potere radicalmente diversa? Lenin si batté per questa seconda alternativa dentro il proprio partito.

Gli operai sono schierati inizialmente dalla parte degli autorevoli esponenti menscevichi, ma poi si aggregano tumultuosamente attorno ai bolscevichi. Questa dinamica è così impressionante che non si capisce se siano stati gli operai a impadronirsi del partito o il partito a impossessarsi degli operai. Sta di fatto che il partito bolscevico che si riorganizza in questi mesi è caratterizzato innanzitutto dall’adesione entusiastica di un numero crescente di operai rivoluzionari. Credo di poter dire che gli operai non diventarono rivoluzionari dopo essersi uniti ai bolscevichi, ma è più giusto dire che si unirono ai bolscevichi perché erano diventati rivoluzionari. Il loro ingresso, con le idee, le aspettative, le ambizioni, l’entusiasmo e l’attivismo che portarono nella dinamica politica di quelle settimane, cambiò l’aspetto del partito bolscevico. Non solo la Russia stava cambiando, ma anche quel partito stava cambiando!

Nel luglio del 1917 le cose sembrano cambiare in peggio, tuttavia: il pendolo degli avvenimenti cominciò a oscillare verso destra e i bolscevichi vennero prima messi all’angolo e poi perseguitati dal governo provvisorio. Voglio proporvi un episodio: in quei giorni ben trecento componenti della sezione del partito bolscevico di una grande fabbrica di Pietrogrado, alla luce degli errori di estremismo commessi dal partito, decisero di abbandonarlo e di sostenere solo il soviet di quella città. Si schierarono in blocco, nonostante gli orientamenti più diversi che li attraversavano: quei trecento operai rivoluzionari decisero pragmaticamente con chi stare da una settimana all’altra, prima coi bolscevichi, poi con i loro avversari.

Cosa voglio dire? C’era una grande dinamismo nei movimenti politici di quel periodo, questa è la verità. I partiti si ampliavano, si restringevano, si scindevano e si riaggregavano con rapidità notevole. Lo stesso Trockij, entrato solo in estate nel partito bolscevico, in poche settimane diventa un leader autorevolissimo, lui che pochi mesi prima in quell’ambiente era molto mal visto.

La lotta politica va avanti e gli operai e i contadini sembrano accettare il potere del governo provvisorio: il problema era che avevano sostenuto la rivoluzione perché volevano la fine della guerra, e il governo provvisorio cosa faceva per far finire la guerra? Niente. In luglio, messi in un angolo i liberali, i protagonisti della compagine governativa diventano i socialisti, fra cui Kerenskij: sono proprio loro, paradossalmente, a voler dare alla guerra nuovo slancio nel corso dell’estate, e questo non poteva che compromettere il loro rapporto con le masse.

Kerenskij vuole un’offensiva da parte dell’esercito e, nonostante le aspirazioni di chi sosteneva il governo provvisorio, pretende una nuova offensiva sul fronte della Galizia. Kerenskij, ottimo oratore, si rivolse in quelle settimane ai soldati convinto di animare il loro spirito patriottico; eccovi le sue parole: “la nuova Russia libera e democratica è forse un paese di schiavi sediziosi?”. I soldati, tuttavia, la pensavano diversamente e le diserzioni si moltiplicavano senza che gli ufficiali riuscissero ad arginare queste fenomeno di disgregazione dell’esercito.

Mentre i leader pacifisti in Italia, di lì a poco, avrebbero quasi dovuto vergognarsi per la disfatta di Caporetto (Turati, uno dei leader socialisti più autorevoli, dopo Caporetto disse: “Il Grappa è la nostra patria”), i bolscevichi rivendicarono con grande coraggio l’efficacia della loro propaganda che contribuiva a disgregare l’esercito e ad alimentare le ribellioni. Dopo Caporetto, invece, i socialisti sospesero ogni critica al governo; contro questo atteggiamento “patriottico” – presente anche fra i menscevichi russi e i social-rivoluzionari – i bolscevichi furono durissimi nella polemica. E così facendo si costituirono al fronte un patrimonio di credibilità e consensi enorme. Nonostante l’insistenza e le pressioni fortissime della propaganda patriottica di Kerenskij, loro si ostinarono e non cambiarono posizione, attestandosi su un orientamento nettamente disfattista.

Il 18 giugno Kerenskij tentò di avviare l’offensiva, ma a Pietrogrado le manifestazioni contro la mobilitazione militare furono imponenti. I dirigenti socialisti rimasero sorpresi perché pensavano che il “disfattismo rivoluzionario” dei bolscevichi fosse minoritario e quando i manifestanti fecero loro le parole d’ordine contro la guerra rimasero allibiti. I rapporti di forza nello schieramento rivoluzionario cominciarono a cambiare proprio in quel giugno. L’odio contro la guerra che continuava e contro il mancato rispetto degli impegni presi da parte del governo provvisorio determinò in una parte del proletariato di Pietrogrado un’agitazione insurrezionale che il partito bolscevico, tuttavia, non condivideva. Agli inizi di luglio le manifestazioni si fecero sempre più aspre: gli operai manifestavano armati contro il governo provvisorio. Rappresentavano una parte del movimento operaio piuttosto piccola, ma molto combattiva. I bolscevichi non erano affatto convinti di questa posizione, ma non abbandonarono nemmeno per un attimo gli operai rivoluzionari.

Tutto questo a dimostrazione di che cosa? Del fatto che non c’erano dirigenti che dettavano la linea e manifestanti che obbedivano: la dinamica degli avvenimenti era molto più fluida. Alcuni settori della milizia del partito bolscevico andavano in piazza armati, e quando alcuni dirigenti li criticarono con asprezza, Lenin li difese, perché aveva la sensazione che dell’audacia di quell’organizzazione militare ci sarebbe stato presto bisogno. La rivoluzione non era affatto finita, infatti.

Infatti gli avvenimenti gli avrebbero dato presto ragione. Ad agosto, tuttavia, il pendolo si stava spostando di nuovo a destra: i bolscevichi e gli operai erano in ritirata, e le forze di destra tentarono di organizzare un colpo di Stato militare contro tutte le forze rivoluzionarie e il governo provvisorio. Il generale Kornilov – che Kerenskij aveva messo alla testa dell’esercito – decise di marciare su Pietrogrado contro il governo provvisorio: un vero e proprio colpo di Stato reazionario contro tutto ciò che la rivoluzione aveva prodotto.

Ci immaginiamo, a questo punto, che il partito bolscevico abbia mantenuto l’ostilità ormai cristallizzata contro i socialisti delle altre tendenze. In parte ciò è vero, ma è anche vero che i bolscevichi si mettono in prima linea nella lotta contro Kornilov e decidono di combattere al fianco delle altre forze che si oppongono al golpe, facendo con loro una sorta di fronte comune. Se Kornilov non riuscì ad arrivare a Pietrogrado fu anche, se non soprattutto, grazie all’azione dei bolscevichi che, forti della propria solida organizzazione, bloccarono con gli scioperi l’avanzata dei golpisti verso Pietrogrado.

I bolscevichi, in quei frangenti, ebbero l’accortezza di stare con Kerenskij contro Kornilov, quel Kerenski che li aveva di fatto costretti alla clandestinità; questa grande flessibilità tattica del gruppo dirigente dei bolscevichi permise loro di capire che l’urgenza del momento era la battaglia contro la reazione, e fu così che conquistarono un patrimonio di simpatie e adesioni che sarebbe diventato presto enorme. Kerenskij avrebbe detto in seguito che se Kornilov non avesse tentato il colpo di Stato forse i bolscevichi non avrebbero potuto fare la Rivoluzione d’ottobre.

Quando il tentativo di Kornilov venne stroncato, gli operai organizzati dai bolscevichi non abbandonarono le armi che avevano imbracciato e aspettarono dai loro dirigenti indicazioni operative per continuare la loro battaglia. Fu così che a settembre i rapporti di forza nei soviet cambiarono: i bolscevichi, dopo il tentativo di golpe, diventarono la maggioranza nei soviet e Trockij, già presidente del soviet di Pietrogrado nel 1905, ridiventò all’inizio di ottobre presidente di quello stesso soviet.

Gli ordini del giorno dei bolscevichi vengono approvati dalle assemblee dei soviet sempre più spesso: i bolscevichi non sono più isolati e i rapporti di forza all’interno della democrazia sovietica si stanno spostando decisamente a loro favore. Lenin e altri bolscevichi assieme a lui si convinsero del fatto che stesse per arrivare il momento in cui i rivoluzionari, in quella situazione, avrebbero dovuto fare i conti con le battaglie decisive. “O la va o la spacca”: così la vedeva Lenin. Non mancarono in quei momenti fra Lenin e Trockij differenze di vedute sulla dinamica che l’insurrezione avrebbe dovuto prendere, ma entrambi erano determinati a preparare l’insurrezione che avrebbe dovuto sbloccare una situazione che si stava, ancora una volta, impantanando. Lenin era dovuto scappare nella vicina Finlandia per sfuggire alle repressioni delle settimane precedenti, ma appena aveva potuto era rientrato a Pietrogrado, anche se – per ragioni di sicurezza – aveva dovuto nascondersi; in quei giorni si disse convinto che il successo della rivoluzione russa e mondiale sarebbe dipeso da 2-3 giorni di lotta.

Le rivoluzioni esplodono perché si accumulano secoli di ingiustizia, certamente, ma non sono il portato meccanicamente inevitabile di grandi forze oggettive della storia che procedono a prescindere dalla contingenza degli avvenimenti. In certe situazione la contingenza è importante, decisiva: questa consapevolezza fa far dire a Lenin che in 2-3 giorni avrebbe potuto accadere di tutto. Gli equilibri politici spesso sono fragilissimi e la determinazione di un’organizzazione ben strutturata può sciogliere i nodi decisivi in pochi frangenti. Se non c’è determinazione e non c’è organizzazione, i nodi non possono che ingarbugliarsi ancora di più.

Lenin, tuttavia, in quei giorni è ancora una volta in minoranza nel suo partito e minaccia le dimissioni. A un certo punto decide di darle, pur di poter sostenere apertamente la necessità di una svolta insurrezionale degli avvenimenti. Lenin e Trockij sono totalmente convinti di questa necessità, ma Kamenev, Zinovev, invece, prendono posizioni contrarie rispetto alle “smanie” insurrezionali di Lenin. Pochi giorni dopo avrebbe preso il potere, ma in quei momenti il partito bolscevico si presenta diviso: la discussione è feroce. Anche per questa ragione sostengo che immaginare che i bolscevichi abbiano mosso i fili della rivoluzione secondo un copione già scritto non è assolutamente sensato.

“Non siamo dei dottrinari, l’essenziale è il passaggio del poter politico al proletariato”: questa è la convinzione di Lenin, e la difende anche quando qualcuno gli chiede conto della sua posizione sulla grande questione della ridistribuzione della terra. Lenin in quei mesi ribadisce in più occasioni che i bolscevichi sono sempre stati favorevoli alla socializzazione e nazionalizzazione delle terre, ma si chiede anche: “dobbiamo cambiare posizione? Dobbiamo esser favorevoli a una ridistribuzione delle terre?”. Se il proletariato, per aver dalla propria parte i contadini nella conquista del poter politico, deve dire che la terra dev’essere redistribuita e non nazionalizzata, allora il partito bolscevico, partito d’avanguardia del proletariato, può cambiare posizione e deve affermare che la terra deve essere redistribuita ai contadini.

L’essenziale – in quei giorni Lenin non smette di ripeterlo – è la conquista del poter politico. L’importanza di tale senso delle priorità sarebbe stata riconosciuta, un anno più tardi, anche da Rosa Luxemburg, rivoluzionaria tedesca spesso severa nei confronti dei bolscevichi e, in alcuni momenti, molto critica nel commentare alcuni aspetti del loro percorso rivoluzionario. Rosa Luxemburg avrebbe detto che Lenin e Trockij ebbero il merito di essere stati i primi a dare l’esempio al proletariato mondiale e ad aver potuto gridare: “io l’ho osato”. I rivoluzionari risoluti, nonostante difficoltà contingenti ed errori precedenti, devono fare i passi decisivi al momento giusto, sciogliendo gli indugi e liberandosi di ogni esitazione.

Fu così che il potere quasi cadde nelle mani dei bolscevichi, e loro non se lo fecero scappare. Presero il potere senza spargimenti di sangue: è stato detto che la presa del potere fu in qualche modo “gentile”. So benissimo che i bolscevichi furono tutt’altro che gentili nel corso degli anni successivi: la guerra civile che sarebbe scoppiata in seguito sarebbe stata durissima e, come tutte le guerre civili, sarebbe stata feroce da una parte e dall’altra della “linea del fronte”. Ma è indiscutibile che il momento della presa del potere fu tranquillo, perché tutti gli altri tentennavano logorati dai dubbi e dalle incertezze. I bolscevichi invece, forti della loro risolutezza e della capacità di stare nei momenti decisivi dalla parte degli operai e dei contadini che battagliavano per le proprie legittime rivendicazioni, sciolsero gli indugi. Purtroppo sappiamo che, poi, gran parte della dirigenza bolscevica che partecipò con un ruolo decisivo alla Rivoluzione dell’ottobre sarebbe stata eliminata, condannata all’esilio, cacciata... La rivoluzione avrebbe divorato i suoi artefici, ma questa è un’altra storia, e non è il caso di affrontarla ora.

In chiusura, ricordo le parole con cui il giovane Gramsci commentò a caldo questi avvenimenti. Per Gramsci quella rivoluzione fu paradossalmente una rivoluzione contro “il Capitale”, una rivoluzione durante la quale i fatti avevano superato le ideologie e avevano fatto scoppiare gli schemi critici secondo i quali la storia russa avrebbe dovuto svilupparsi secondo le previsioni del materialismo storico canonico. Lo disse perché i dirigenti socialisti di scuola marxista in Italia, Germania, Russia non volevano la rivoluzione; non la volevano in coerenza con la loro formazione ideologica: la rivoluzione non bisognava farla perché non era il caso, non era opportuna, perché non era mai il momento giusto per iniziarla.

Gramsci, invece, era dell’idea che nel fuoco degli avvenimenti insurrezionali non ci dovesse essere nessuna teoria che potesse fermare i rivoluzionari. In certi momenti c’è la determinazione oppure non c’è, c’è la risolutezza oppure no, c’è l’audacia oppure no. Lui, giovanissimo e non ancora completamente formato politicamente, l’aveva capito, e come tanti altri giovani intellettuali seppe entusiasmarsi per quegli avvenimenti, e per l’assenza di esitazioni di tanti capi bolscevichi. La forza di quegli avvenimenti seppe contagiare tanta parte dell’Europa, anche se poi – anche a causa delle esitazioni di tanti dirigenti che pure si dicevano schierati dalla parte di Lenin – le cose non andarono come tanti rivoluzionari avevano sperato.