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ANPI
Cividale del Friuli

il campo di prigionia
P.G. 57 di Premariacco

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Il Comune di Premariacco ha indetto recentemente una conferenza stampa nella quale si presentava l’avvio di un progetto di ricostruzione del campo di “Gruppignano” (sic - con questa denominazione viene indicato nei documenti ufficiali del Ministero) sito nel Comune di Premariacco, in provincia di Udine. Il primo lotto di questo progetto è stato già finanziato con lo stanziamento, da parte delle Regione Friuli Venezia Giulia, con il bando “Parchi culturali” della somma di 100.000€.
L’ANPI provinciale di Udine ha ritenuto di inoltrare la presente memoria all’Assessore regionale alla Cultura Mario Anzil, al Sindaco Michele De Sabata e al Signor Mauro Tonino referente storico per l’iniziativa.
Il campo di “Grupignano” iniziò a funzionare, come campo di prigionia per internati civili jugoslavi, già dal maggio del 1941. In questa fase il campo non era dotato di baracche e gli internati vivevano in situazioni critiche sotto semplici teli tenda assemblati, come documentato dalla seguente fotografia:


Archivio: International Commitee of the Red Cross. Audiovisual Archives

Il campo di Grupignano nasce quindi come campo di internamento fascista per civili nell’ambito dell’aggressione di Germania ed Italia al Regno degli Sloveni, Croati e Serbi; risale difatti al 17 giugno 1941 una segnalazione al governo italiano da parte dell’Ufficio Prigionieri della Croce Rossa Italiana, sulla “presenza di nuclei di civili di età non militare”, prigionieri in campi militari italiani.
«Durante la visita del Delegato del C.I.C.R. a Campi di prigionieri ex Jugoslavi dell’Italia Settentrionale sono stati rinvenuti, specie nei Campi di Gorizia (ora trasferito a Gruppignano (sic)) e di Prato all’Isarco, nuclei di civili, molti dei quali di età non militare, variando questa dai 74 ai 15 anni».” (1)



Gruppo di “prigionieri di guerra” greci internati a campo di Grupignano in abiti civili.
Archivio: International Commitee of the Red Cross. Audiovisual Archives

In seguito, i deportati jugoslavi vennero trasferiti in altri campi ed il 31 ottobre 1941 vi furono internati i prigionieri di guerra, in gran parte neozelandesi e australiani, catturati nella campagna militare del nord Africa ed in Grecia, e provenienti dal campo di Prato all’Isarco (BZ) . Il campo di Grupignano prende la classificazione di PG57 (PG sta per Prigionieri di Guerra – n.d.r.).
Già nell’ottobre 1941 un soldato australiano fu ferito quando, insieme a un commilitone, si era avvicinato «eccessivamente in periodo di oscurità ai reticolati di cinta» del campo di Grupignano. “Il soldato se la cavò fortunatamente con una ferita non grave”.
Alla fine del 1941, il campo friulano di Grupignano era multietnico: dei 1.008 prigionieri, 753 erano australiani, 103 ciprioti, 34 neozelandesi, 23 palestinesi, 17 indiani, 10 britannici e 30 sudafricani, rhodesiani, canadesi, egiziani, maltesi e arabi. Vi erano anche 30 serbi e 3 greci. A detta del rappresentante dell’ICRC, risultava impossibile un’«adeguata separazione dei prigionieri per nazionalità» proprio a causa della «grande diversità di razze» presenti nel campo; «…La differenza di lingue, religioni e usi – scriveva il delegato – crea un insieme davvero bizzarro, del quale gli stessi prigionieri si lamentano». Una delle difficoltà principali si concretizzava a mensa: il cuoco, anch’esso prigioniero di guerra, doveva infatti «escogitare piatti accettabili per tutte le nazionalità e ognuno voleva il tipo di cibo al quale era abituato». Ciononostante non vi erano stati, scriveva Lambert, eccessivi problemi o proteste collettive relativamente al rancio.
Gli italiani, in quella situazione, si avvalsero molto, secondo un ex prigioniero australiano ma anche altre fonti, della collaborazione che i prigionieri indiani fornirono loro durante l’internamento a Grupignano e altrove: quando lo ritennero utile, infatti, alimentarono appositamente l’ostilità tra le diverse nazionalità o “razze”».
A volte invece, ma più di rado, si verificavano inaspettate prove di solidarietà: a Grupignano, la decisione del comandante di tagliare i capelli a tutti i prigionieri avrebbe dovuto estendersi anche ai Sikh, che «avrebbero preferito morire, piuttosto». Furono i prigionieri australiani che intervennero, dicendo di lasciare in pace i commilitoni indiani; in cambio, gli italiani avrebbero potuto trattare i capelli degli altri come volevano.
Oltre alla nazionalità, i tempi ed i luoghi dell’ingresso in cattività erano ulteriori elementi determinanti. Un rapporto italiano ci riferisce che i prigionieri «anziani» di Grupignano, in loco fin dal novembre 1941 e probabilmente catturati tra la fine del 1940 e i primi mesi dell’anno successivo, non gradirono molto l’arrivo di prigionieri “freschi” catturati più tardi in Cirenaica. Questi avevano, recita la fonte, «diversa nazionalità, lingue diverse, religioni e costumi diversi» e «formavano un insieme bizzarro». (2)
Del resto anche i 17 indiani concentrati a Grupignano chiesero, nel marzo del 1942, di essere trasferiti in un altro campo in cui fossero internati loro correligionari, in modo da poter «rispettare le loro usanze religiose relative al cibo.» (3)
La fonte definisce questi prigionieri, in modo improprio, «Hindu» invece che indiani. Che non fossero tutti hindu si evince dal fatto che richiedessero, tra le altre cose, turbanti sikh e copie del Corano in inglese. Furono tutti trasferiti entro il settembre successivo. (4)
Il 28 dicembre 1942 un delegato visitò il campo di Grupignano, e nel suo rapporto scrisse che prigionieri hindu, in base a informazioni ricevute, erano stati trasferiti da un altro campo dove erano stati addestrati come paracadutisti al fine di essere reclutati nell’esercito italiano. Sembra che gli uomini che non erano stati ritenuti adatti fossero stati poi trasferiti al campo PG57.
Gli indiani erano oggetto di particolare attenzione propagandistica, un’«attenzione tutta speciale», scriveva il delegato ICRC (International Committee of the Red Cross) in Italia.
Fin dalla sua istituzione, a reggere il campo di Grupignano fu designato il colonello dei Carabinieri Vittorio Emanuele Filiberto Calcaterra, nato a Partanna in Provincia di Trapani il 21 agosto 1880. Il 16 aprile 1941, all’età di 60 anni, viene richiamato in servizio e nominato comandante del campo di concentramento prigionieri di Gorizia; quindi viene trasferito a reggere il campo PG57 di Grupignano.
Come riporta la storica Isabella Insolvibile nella sua tesi di dottorato:
“…A occuparsi in maniera diretta e immediata dei prigionieri di guerra all’interno dei campi, era il personale italiano di sorveglianza. La gestione dei campi era affidata allo SMRE (Stato Maggiore Regio Esercito n.d.r.), e all’esercito appartenevano gli ufficiali che comandavano i luoghi di detenzione, anche se talvolta tale compito era attribuito ad alti ufficiali dei carabinieri (ad esempio, il comandante del campo di Grupignano fu per tutto il periodo il colonnello dei carabinieri Vittorio Emanuele Calcaterra). Dall’indole e dalla disposizione di questi comandanti nei confronti dei prigionieri sarebbe dipesa spesso la qualità della vita di questi ultimi. Stesso discorso può farsi per le guardie. Nei campi di prigionia convivevano, non sempre con facilità, due tipi di autorità: la prima era quella dei soldati dell’esercito, che avevano il compito di sorvegliare i prigionieri e di gestire, anche e soprattutto negli aspetti pratici, la cattività quotidiana; la seconda era quella dei carabinieri, che esercitavano invece compiti di polizia (quindi, non direttamente di sorveglianza). I prigionieri ebbero spesso relazioni migliori con i primi che con i secondi. I soldati dell’esercito, infatti, erano spesso reduci da fronti operativi, rientrati o non partiti perché ritenuti «non idonei o meno atti alle fatiche di guerra», oppure anziani (nel 1943, dalla classe di leva del 1913 a salire) e richiamati, e quindi in generale non disponibili per l’impiego al fronte.”
Oltre alle precarie condizioni detentive, è appunto l’indole del colonello Calcaterra, propenso a severi controlli e punizioni, che in fin dei conti determina la durezza del campo d’internamento. Ad un consistente gruppo di prigionieri neozelandesi-ad esempio- provenienti dal nord Africa ancora in tenuta coloniale, con i pantaloni corti e non ancora acclimatati alle diverse condizioni climatiche del luogo, il colonello Calcaterra impose anche il taglio a zero dei capelli.
La testimonianza è raccolta nell’articolo “Escape from Gruppignano” (Alexander Turnbuil Library – Wellington, New Zeland).
“Il comandante del campo, il colonnello Calcaterra, ordinò che a tutti i prigionieri venissero tagliati i capelli, ma gli uomini, incluso Cottman, (si tratta di Arthur Cottman ufficiale anziano n.d.r.) si rifiutarono ostinatamente. Cottman e altri "caporioni" della rivolta furono ammanettati e legati a pali per tutta la notte. Di fronte a un'ulteriore ribellione il giorno seguente, il colonnello ordinò a tutte le guardie disponibili di inastare le baionette, fu piazzata una mitragliatrice e piccoli carretti a mano carichi di manette furono introdotti nel complesso. Coloro che ancora si rifiutavano di farsi tosare furono immediatamente ammanettati e rinchiusi nelle celle di detenzione, mentre gli altri si fecero beffe della situazione, belando come pecore sotto la furia crescente di Calcaterra. Alla fine, a tutti gli uomini furono tagliati i capelli in modo rude, ma erano certamente riusciti a far infuriare il pomposo comandante.”.
Il colonnello Calcaterra, per continuare con gli esempi, condannò a quindici giorni di prigione, ammanettati, 30 uomini – scelti uno su cinque – poiché aveva malinteso l’augurio rivolto al camp leader, che stava per essere portato in isolamento: i prigionieri avevano infatti salutato il csm. Cottman dicendo «Good luck to you Cotty» e Calcaterra pensò che gli avessero dato del cane.
In generale, per il campo friulano si parlava di «promiscuous shooting» (sparatoria indiscriminata ndr), e sembra che tali sparatorie gratuite fossero piuttosto ricorrenti.
Calcaterra era un comandante di campo particolarmente ostile nei confronti dei prigionieri. Non fu, però, il solo. La distinzione tra i soldati del regio esercito addetti alla sorveglianza ed i carabinieri impiegati in compiti di polizia ed al comando delle strutture, emerge costantemente dai documenti. I carabinieri erano i più duri, l’occhio politico del controllo poliziesco all’interno delle strutture di prigionia. Erano spesso descritti, proprio in contrapposizione alle sentinelle dell’esercito, come «irragionevoli e violenti».
Con le sentinelle italiane si chiacchierava e scherzava, magari anche alle spalle dei carabinieri. L’atteggiamento di carabinieri e soldati italiani poteva essere, infatti, anche molto diverso: ad esempio, a proposito di Grupignano, un ex prigioniero riferiva che «vi [era] una chiara differenza tra l’empatia dimostrata dai membri dell’esercito e quella dimostrata dai carabinieri. Sembrava che facesse parte dell’indirizzo ufficiale italiano mettere gli uni contro gli altri. Il comandante incoraggiava continuamente i carabinieri. Un interprete, le cui simpatie andavano all’esercito, ci disse che il comando tendeva a fomentare sempre la propensione al bullismo».
E’ significativa la testimonianza di Carl Carrigan (5) un soldato volontario australiano, classe 1921, che insieme ad altri amici si arruola nell’esercito.
Vengono catturati dalle truppe di Rommel il 9 aprile 1941 nel deserto libico e trasferiti come prigionieri in Italia dapprima nel campo di Capua-pg 66, nei pressi di Napoli, quindi al pg 78 di Sulmona. Il 17 luglio 1941 vengono internati nel campo di Bolzano e quindi, poco dopo, nell’ottobre del 1941, vengono trasferiti al campo pg 57 di Grupignano.
“Nel mese di ottobre 1941, dopo tre mesi di vita relativamente buona, i prigionieri di guerra furono inviati in uno dei campi più sorvegliati e duri tra quelli che c’erano in Italia, Grupignano, fuori dalla città di Udine, nel nord-est d’Italia, dal clima freddo e pungente. Qui, di fronte alla Jugoslavia, con i venti che soffiavano continuamente e gelavano le ossa, gli uomini rimasero per diciotto mesi.
Le capanne di legno di recente costruzione progettate specificamente per i prigionieri di guerra fornivano poca protezione dagli elementi naturali. Più di ottanta uomini erano stati assegnati alle baracche non riscaldate, collegate da stretti passaggi. Carl e Lloyd dormivano insieme per tenersi al caldo, sovrapponendo i loro vestiti alle coperte.
Tutti gli uomini odiavano il comandante del campo, il colonello fascista Vittorio Calcaterra che aveva inchiodato un cartello alla sua porta: “Gli inglesi sono maledetti ma più maledetti sono gli italiani che li trattano bene”. Sotto Calcaterra, descritto da un prigioniero come “un sadico e una bestia e un omicida”, le condizioni nel campo 57 erano estremamente dure. Il cibo era scadente e gli alloggi erano affollati e antigienici. I prigionieri avevano dovuto improvvisare le proprie cure mediche.
Un medico che si trovava tra i prigionieri dichiarò che la dieta era ai limiti della sopravvivenza. La mattina veniva dato un mestolo di un surrogato di caffè senza zucchero o latte e una pagnotta di pane delle dimensioni di un pugno, fatta di grano di bassa qualità. Il pranzo consisteva in una razione o di riso o di pasta, “di solito non più di nove pezzi che galleggiavano in una salsa acquosa”, secondo Lloyd Ledingham. Il pasto serale era una ripetizione di pranzo, ogni dieci giorni circa veniva dato un piccolo pezzo di formaggio. Di tanto in tanto era miscelato con il brodo un dado con un pezzo di carne di cavallo. Quando un giorno vennero consegnate piccole arance, furono divorate tutte in pochissimo tempo.
C’erano da sessanta a ottanta baracche, i letti contenevano circa otto persone, con quattro cuccette di sotto e quattro di sopra. Per compensare la mancanza di coperte, gli uomini dormivano rannicchiati insieme. In ogni baracca c’era una piccola stufa centrale, ma i prigionieri avevano solo una scarsa quantità di legno e bruciavano i cartoni della Croce Rossa no qualsiasi altra cosa su cui potevano mettere le mani.
Il “regime Calcaterra” aveva ridotto i prigionieri ad “una massa di nevrotici, nessuno dei quali sapeva quando sarebbe venuto il suo turno di essere preso di mira”. Sotto la direzione di Calcaterra, Grupignano era a tutti gli effetti un campo gestito dai carabinieri. Fu un momento sfortunato per i prigionieri di guerra, molti italiani erano ambigui nei confronti del fascismo e la milizia spesso era temuta tanto dal popolo italiano quanto dai prigionieri.
Il numero di prigionieri salvati dagli aiuti della Croce Rossa, ho scritto un medico che ha visto morire nel campo 10 suoi commilitoni, e aldilà di ogni possibilità di calcolo. In un primo momento, i pacchi salvavita della Croce Rossa arrivavano ogni tre settimane, ma col passare del tempo, quelli che contenevano cibo in scatola venivano recapitati solo ogni cinque mesi. Nel tentativo di fermare l’accaparramento di barattoli per una eventuale fuga, le guardie italiane li bucavano; purtroppo, la tentazione fu troppo forte per un gruppo di soldati britannici, morti per avvelenamento da botulino dopo aver conservato il pesce in scatola per una festa.
Una volta al mese i prigionieri venivano portati a un blocco dove potevano fare una doccia calda. Ron Fitzgerald ricorda che lungo il percorso che portava alle docce c’era una capanna con tre polli; un giorno i polli sparirono e non se ne trovo più nemmeno una piuma. Nessuno seppe mai come avesse fatto, ma quella volta qualcuno tra i prigionieri si deliziò con un po’ di pollo cotto.
Carl, Paul, Ron McIntosh, Ron Fitzgerald, Lloyd Ledingham e Lloyd Moule condivisero e ripartirono equamente tutto quello che veniva loro consegnato, compresi i pacchi dalla Croce Rossa: essere solidali nel campo era fondamentale per la sopravvivenza.
A Grupignano gli uomini abbandonarono l’addestramento fisico, poiché non avevano né l’energia, né la possibilità di farlo. In un primo momento, poiché i prigionieri di guerra italiani detenuti in Egitto e in Australia non era stato chiesto di lavorare non fu chiesto nemmeno ai prigionieri stranieri detenuti in Italia. Ma le regole cambiarono e solo a chi non era riuscito a passare le visite mediche furono risparmiati i lavori. Chi lavorava, ad esempio scavando latrine, aveva una razione
supplementare di cibo. Ci furono anche numerosi tentativi di fuga: nel mese di ottobre del 1942 diciannove prigionieri tentarono di uscire attraverso un tunnel, innescando una ricerca che durò per tutto il giorno nelle baracche e lungo le gallerie. La maggior parte dei fuggitivi furono ripresi, molti furono feriti durante la cattura. Per il loro tentativo di fuga furono puniti con l’isolamento, così come quelli che furono giudicati colpevoli di altri reati commessi nel campo. Agli isolati che venivano reclusi era data in dotazione una sola coperta, un piatto di stagno per mangiare, una pentola, un po’ di sapone e un asciugamano, ma niente sigarette, pacchi, libri, scarpe, stringhe o bretelle. Dovevano mangiare sotto la supervisione di una guardia.
Per superare la monotonia della vita del campo si organizzavano partita di cricket. Per dotarsi di palla e mazza gli uomini avevano dovuto fare affidamento sulla loro ingegnosità. Uno ricavò la mazza da cricket da un pezzo di legno, mentre un altro risparmiò dai pacchi della Croce Rossa una quantità di stringhe sufficiente per fare una palla. Le partite venivano occasionalmente sospese dall’arrivo dei carabinieri, che si aggiravano in coppia lungo il perimetro del campo con i fucili a tracolla sulle spalle. Un giorno uno dei giocatori, infastidito dalla presenza dei militi, bestemmiò contro di loro gridando che si allontanassero: partì un colpo di fucile e il soldato prigioniero rimase ucciso
(6).
A volte però i carcerieri partecipavano divertiti ai passatempo organizzati nel campo, come quando fu allestita una recita che vide nei panni della protagonista femminile un giovane prigioniero diciannovenne.
Nonostante gli sforzi per alleviare la durezza della vita del campo, la realtà della situazione emerge nelle memorie di Ron Fitzgeralsd. Fedelmente registrate sono le morti per dissenteria, un prigioniero colpito per aver rubato legna, 20 casi di Beri Beri, un’altra morte durante la prima grande gelata invernale, quando i prigionieri marciavano senza scarpe in una stagione incredibilmente fredda, le centinaia di prigionieri di guerra giunti al campo e il suicidio con un coltello di un sikh, che avvenne il giorno stesso in cui arrivò la notizia della caduta di Tripoli.
Desiderosi di raccogliere tutte le informazioni sulla guerra, i prigionieri ascoltavano le notizie italiane censurate. Il loro morale sprofondava quando sentivano parlare di vittorie tedesche e sconfitte alleate. Uno dei momenti peggiori fu quando giunse la notizia della caduta di Tobruk e poi della battaglia di El Alamein. Scoppiavano litigi tra i prigionieri scontenti e frustrati durante i confronti sportivi, per il campo si aggiravano occhi neri e lividi. Per tutto il tempo che prigionieri trascorsero Udine era ridicolo il fatto che, nell’ascoltare le notizie dal fronte russo, per tranquillizzare le madri che temevano di aver perso i loro figli in quelle condizioni estreme, era già circolata tre volte l’informazione che gli italiani erano riusciti a distruggere l’esercito russo. Le notizie delle sconfitte tedesche sarebbero filtrate molto più tardi.
Alcuni aggiornamenti furono portati da nuovi prigionieri di guerra. Anche alcuni ispettori del consolato degli Stati Uniti venuti a visitare il campo fornirono alcune informazioni frammentarie” (7)


Un’immagine dell’adunata dei PG nella quale si intravede le struttura delle
baracche rinforzate da sostegni laterali contro il forte vento presente in zona.
Archivio: International Commitee of the Red Cross. Audiovisual Archives

La fuga dei prigionieri era un’ossessione per il colonnello. Nel dicembre del 1942, facendo rapporto sul ferimento di un prigioniero che, con ogni probabilità, era stato scoperto in un settore vietato del campo solo perché, insieme ad altri, stava cercando di rubare un po’ di legna, non ebbe dubbi nell’attribuire all’australiano intenti di fuga.
Così motivò le sue conclusioni: “Non era possibile che essi volessero, come sosteneva Richardson (il prigioniero ferito, n.d.a.), rubare della legna: primo, perché il rischio era troppo elevato se
comparato con il vantaggio di avere un po’ di chili extra di combustibile per le stufe;
secondo, perché le baracche, e soprattutto le nuove del secondo settore, quando non pioveva erano sufficientemente protette dal freddo e il bisogno di maggiore riscaldamento non era affatto sentito. (…) Il ferito non portava con sé né cibo né strumenti di orientamento; tuttavia, questi strumenti, come sostenne il prigioniero Pitt che era scappato qualche settimana prima e che era stato poi ricatturato, erano più che altro un ingombro per coloro che volevano unirsi ai «Partigiani» il cui teatro di operazioni era a meno di trenta chilometri da questo campo e che potevano essere raggiunti facilmente andando verso il territorio della provincia di Gorizia che di giorno si vedeva a occhio nudo”.
L’ossessione di Calcaterra era motivata, dunque, dall’effettiva vicinanza del campo di Grupignano ai territori iugoslavi, dove la Resistenza era molto attiva fin dai primi periodi dell’occupazione italiana nel 1941.
In realtà, gli episodi di fuga documentati sembrano essere pochissimi. All’inizio dell’inverno del 1942 vi fu un primo tentativo di fuga da parte dei due militari neozelandesi che costò la vita al soldato semplice Wright, abbattuto da una pallottola, sparata da distanza ravvicinata, che lo colpì alla base del collo mentre tentava di strisciare sotto i reticolati di recinzione. Il sospetto che il proiettile utilizzato fosse un proiettile dum-dum, proibito dalla Convenzione di Ginevra, provocò la reazione del colonnello Calcaterra che secondo quanto riferito dal prigioniero neozelandese Eric Canning: “…fece sfilare tutti i sottufficiali di grado superiore nella chiesa del campo, dove sottolineò che nella Prima Guerra Mondiale nessun prigioniero era fuggito dall'Italia, e nessuno sarebbe fuggito in questa.
Riguardo poi al proiettile che uccise il soldato semplice Wright: mostrando una cartuccia simile, sottolineò che si trattava di un proiettile shrapnel costituito da un tubo di ottone che racchiudeva nove pallini cilindrici d'acciaio. Con lo sparo, la rigatura della canna tagliava l'ottone in strisce longitudinali che, insieme ai pallini d'acciaio, seguivano la traiettoria. Sosteneva che il proiettile fosse ammesso dal diritto internazionale, ma ai presenti sembrava che questo rappresentasse un
notevole aggravamento rispetto al dum-dum, almeno a distanza ravvicinata”.
A Grupignano, l’8 luglio del 1943 si ebbe un altro decesso: il soldato neozelandese Kenneth W.S. Adams fu ucciso nel corso di un tentativo di fuga. Tutte le fonti, italiane e britanniche, sono concordi nel sostenere che Adams fosse affetto da disturbi mentali.
Nel campo, nel corso del 1941 e 1942, e fino alla Capitolazione dell’8 settembre 1943, vi è un progressivo aumento degli internati che arriva a superare i 4.500 uomini (per paragone: il Comune di Premariacco all’epoca registrava poco più di 3.600 abitanti residenti).

I soldati alleati erano quindi presenti a Grupignano già dal novembre 1941, sebbene a quella data il campo non fosse ancora pronto in quanto le baracche non erano ancora preparate, le stufe per il riscaldamento non erano installate e i lavatoi erano all’aperto. Gli oltre 1000 prigionieri presenti già dal mese successivo si trovarono a usufruire di impianti igienici e sanitari precari e a soffrire il freddo per la mancanza di una adeguata fornitura di legname.
Il campo doveva essere costituito da baracche in legno, sopraelevate dal terreno e sostenute da travi laterali per contrastare la forza dei venti invernali presenti in zona. Vi erano due ampie cucine in grado di fornire 3000 razioni, uno spaccio, l’infermeria e un locale per le disinfestazioni. L’approvvigionamento idrico era assicurato dal collegamento con l’acquedotto.
Nel gennaio 1942 viene rilevata la presenza di parassiti ma una ispezione sanitaria italiana attesta che le condizioni igieniche sono soddisfacenti, anche se il delegato dell’ICRC non è proprio dello stesso parere.
Il delegato svizzero de Watteville, nella visita che fece al campo nel marzo del 1942, rilevò che le baracche erano dotate di stufe a legna, ma nel freddo mese di febbraio appena trascorso il combustibile non era stato sufficiente.
Ciononostante, a detta del comandante, ai prigionieri era andata meglio che alle sentinelle italiane, le cui stufe erano state senza legna per tutto l’inverno. I problemi principali erano relativi all’arrivo saltuario dei pacchi della Croce Rossa, mentre quelli personali andavano spesso smarriti o arrivavano danneggiati.
Per comunicare con i prigionieri c’era solo la posta e scrivere era spesso più importante che ricevere: i prigionieri di Grupignano infatti, che nell’estate del 1942 stavano avendo molti problemi con il servizio postale, avevano riferito al delegato della potenza protettrice* che «erano molto più preoccupati che i loro cari a casa ricevessero le notizie dai campi, che viceversa».
Nel verbale della XXIX seduta della Commissione interministeriale veniva riportato, tradotto, uno stralcio della lettera di un prigioniero britannico internato a Grupignano che scriveva a casa: «mi dirpiace molto dirti che Bill Lanchimtosh, Johnnie Nac Leleand e George Leslie sono stato uccisi dopo essere stati catturati».
La lettera, giunta nelle mani del SIM, fu ovviamente bloccata in attesa di capire a cosa si riferisse il prigioniero.
Dopo poche settimane, il ministero della Guerra appurò che i prigionieri neozelandesi Bill Lanchintosh, Johnnie Mac Lelland e George Leslie erano a bordo della nave italiana Nino Bixio, silurata dagli inglesi nell’agosto 1942. Mentre i primi due morirono probabilmente nell’affondamento (i nomi non risultavano, ma c’erano diciannove ignoti), il terzo, gravemente ferito, decedette all’ospedale di Bergamo dopo l’arrivo in Italia. Se così stavano le cose, quindi, i tre prigionieri
non erano stati “uccisi” dopo la cattura, o almeno non direttamente e volutamente dai detentori italiani. Di conseguenza, lo SMRE stabilì di punire «severamente» il prigioniero che aveva scritto a casa la notizia «per la forma equivoca ed allarmante con la quale il mittente cercava di comunicare la morte dei tre prigionieri britannici».
Al w.o. Murdoch, già camp leader a Gravina, una volta trasferito a Grupignano furono sequestrati tutti gli appunti e le liste del personale italiano compilate nel campo pugliese. Vi erano i nomi, secondo l’ex prigioniero, degli italiani che si erano resi responsabili del maltrattamento e in alcuni casi del decesso, dei soldati alleati durante la detenzione nel campo pugliese. Murdoch fu anche punito con un periodo di isolamento.(8)
Già nell’autunno del 1942, mentre si completavano alcune nuove baracche, i tetti cominciarono a perdere acqua, le cucine ad aver bisogno di riparazioni, le scorte di vestiario a essere insufficienti, come anche l’approvvigionamento idrico. Il comando del campo prometteva di provvedere, non appena avesse trovato gli uomini, i mezzi e le risorse finanziarie. Secondo il delegato svizzero, Grupignano continuava in ogni caso a essere un buon campo e altrettanto buoni erano i rapporti tra detentori e detenuti.
A dicembre 1942 i delegati della potenza protettrice “registrano il sequestro di tutti gli strumenti musicali appartenenti ai prigionieri, probabilmente per punizione ed il fatto che uno di loro, il caporale A.J. Richardson, è stato ferito dalle sentinelle perché, mentre cercava di raccogliere un po’ di legna in compagnia di alcuni commilitoni, era entrato in un’area del campo il cui accesso risulta vietato. A quanto pare, Richardson non ha obbedito all’ordine di allontanarsi e dunque le
guardie gli hanno sparato al petto. Questo, nella versione italiana della storia; secondo il soldato, invece, gli italiani gli hanno sparato più volte, prima e dopo averlo fermato. Il carabiniere responsabile viene ricompensato con 500 lire e 30 giorni di licenza. Questo tipo di premialità, consueta nei campi italiani e di solito amministrata direttamente dal ministero della Guerra, a Grupignano è un comportamento sistematico che, a quanto pare, spinge le sentinelle italiane a strafare. Nel dopoguerra, un ufficiale italiano del campo testimonierà in tal senso:
Many Italian soldiers were rewarded for preventing the escape of Allied soldiers. I know that some of these PW were seriously wounded and died later […]. The rewarding of Italian soldiers was instituted by the Camp Commandant Colonel Calcaterra and by reason of this inducement, I am sure the guards and sentries were much encouraged to shoot at PW for the slightest offence in order to gain a monetary reward.
(9)
(Molti soldati italiani furono ricompensati per aver impedito la fuga dei soldati alleati. So che alcuni di questi prigionieri di guerra furono gravemente feriti e morirono in seguito […]. La ricompensa dei soldati italiani fu istituita dal comandante del campo, colonnello Calcaterra, e in virtù di questo incentivo, sono certo che le guardie e le sentinelle furono fortemente incoraggiate a sparare ai prigionieri di guerra per la minima offesa, al fine di ottenere una ricompensa in denaro. Nel campo friulano il premio va dalle 200 alle 1.000 lire cui viene aggiunto, come si è detto, un periodo di licenza. Sono tutti elementi che, a detta di un ex prigioniero australiano, «acted as a great incentive for other guards who tried to earn a similar reward and bullets passed very freely across the compound». (10)
Nonostante lo zelo del colonnello Calcaterra e dei suoi sottoposti la notte tra il 29 e 30 ottobre 1942, 19 prigionieri riuscirono a fuggire dal campo per il tramite di una galleria scavata sotto il campo e che sbucava in un adiacente campo di mais. I prigionieri furono tutti ricatturati nel giro di alcuni giorni e furono sottoposti a percosse e pesanti restrizioni di isolamento e alimentari.
La testimonianza di uno dei fuggitivi: “Fummo ricatturati nel tardo pomeriggio da una pattuglia del villaggio nella valle sottostante e condotti lì, dove fummo trattati bene sotto la supervisione di un colonnello italiano che dichiarava di capire i nostri sentimenti, essendo stato prigioniero nella Prima Guerra Mondiale.
Distribuimmo le nostre razioni di sopravvivenza tra la popolazione che si era radunata intorno a noi e alla fine arrivarono alcuni soldati del campo, ci incatenarono e ci riportarono al campo, dove fummo immediatamente rinchiusi in prigione. Alcuni dei fuggitivi ricatturati furono picchiati, ma noi no.
Nel mio caso, fui messo in isolamento e in catene per le prime 24 ore (…) e mi fu tolto ogni indumento tranne un paio di pantaloni. Fu una di quelle occasioni in cui faceva troppo freddo per dormire, ma si era troppo esausti per non farlo.”

A quanto risulta, questa fuga dal campo PG57 rappresenta il più consistente realizzato da prigionieri alleati, oltre a quello avvenuto in Germania dallo Stalag Luft III (nell’attuale territorio della Polonia) nel 1944, descritto anche, nel1963, nel famoso film “la Grande fuga.”
A livello di SMRE, erano perfettamente consapevoli del fatto che una parte dei prigionieri avrebbe, prima o poi, almeno pensato alla fuga, anche se poi a provarci davvero sarebbe stata una sparuta minoranza. Quest’ultima lo avrebbe fatto in ogni caso, a prescindere dalla qualità della propria cattività.
Il metodo principale utilizzato dagli italiani nella gestione della sorveglianza dei prigionieri di guerra fu quello di una dura repressione.
Nella stragrande maggioranza dei casi, i prigionieri che fuggivano venivano ripresi subito o dopo poche ore, venendo talvolta feriti durante la cattura. È ciò che accadde il 30 agosto 1942 a due neozelandesi che avevano provato a evadere da Grupignano, guadagnandosi l’uno alcune ferite nella regione cervico-dorsale e l’altro nella regione tempero-occipitale. Niente di particolarmente grave, secondo l’ICRC, ma comunque i due finirono in ospedale.
Dopo essere stati medicati, erano stati puniti con alcuni giorni agli arresti, mentre le guardie erano state premiate con sette giorni di licenza e 100 lire. I prigionieri confessarono che volevano provare a raggiungere la costa adriatica.


Il documento riporta i nomi dei fuggitivi e le punizioni loro comminate

Le autorità italiane si affannarono a ribadire che bisognasse «stroncare ogni velleità, prevenire […] tentativi e sradicare l’ingenuo convincimento che la prigionia in mano italiana costituisse una situazione transitoria, facilmente superabile mediante la semplice esecuzione delle direttive e delle istruzioni preordinate all’estero», cioè le evasioni. L’ufficio prigionieri dello SMRE ordinava la «perquisizione particolarmente severa e minuziosa» dei nuovi arrivati nei campi, prima che entrassero in contatto con i prigionieri già presenti e, successivamente, nuove perquisizioni improvvise, comprendenti alloggi e oggetti, cioè «[…] le cose più impensate[…] avendo cura di imprimere a tali indagini un carattere di intransigenza e meticolosità». Inoltre, si raccomandavano appelli frequenti e a orari diversificati, controlli notturni da parte degli ufficiali, ronde, sorveglianza dei prigionieri ricoverati etc. I prigionieri nascondevano di tutto e nei posti più impensati.
A fine marzo del 1943, quando nel campo di Grupignano erano internati oltre 4.000 prigionieri e, nonostante fosse uno dei primi campi in attività sul territorio nazionale, la potenza protettrice l’autorità ispettiva rilevava che la costruzione del campo era “quasi completa”. Una situazione che un delegato svizzero segnala come consueta nei vari campi di detenzione, dove tutto era “ancora quasi finito” ma non abbastanza da essere usato.
A inizio ottobre il sito ricevette anche la visita del delegato ICRC. La sua opinione su Grupignano fu ugualmente positiva: «Ovunque potevi vedere prigionieri che giocavano a cricket, a football, a badminton, a pallavolo o a tennis. Poiché [era]no liberi di passare da una sezione all’altra [del campo], godevano tutti i vantaggi degli sport praticabili».
Riguardo al rapporto tra prigionieri, comando e disciplina, il delegato scriveva: «La disciplina era, sotto vari aspetti, molto buona, e il comandante ne faceva un punto di orgoglio. Le punizioni disciplinari erano in accordo con la Convenzione. C‘erano stati diversi tentativi di fuga, durante i quali le guardie avevano usato le armi. C‘erano stati un morto e tre feriti».
Il sistema di sorveglianza sembrava «molto ben organizzato senza essere oppressivo». Insomma, lo stato del campo era soddisfacente, a parte la carenza di medicinali, soprattutto di quelli contro la malaria, cui si aggiungeva l’imperversare degli insetti, in particolare nelle baracche più vecchie. Erano pervenute numerose scorte di vestiario, ma poiché arrivavano di continuo nuovi e numerosi contingenti di prigionieri, esse non erano mai sufficienti. Anche il servizio di corrispondenza lasciava ancora molto a desiderare. Ciononostante, il delegato ICRC concludeva il suo rapporto d’inizio ottobre 1942 sostenendo che «il campo sembrava godere dei vantaggi garantiti da una organizzazione eccellente che, mentre manteneva buona la disciplina, e assicurava la sicurezza dei prigionieri, nondimeno lasciava loro tutta la libertà possibile. Un campo grande forse poteva
essere ben organizzato e supervisionato in modo più semplice di quelli piccoli»
.
La “percezione” dell’esperienza del campo risulta diversa a seconda della condizione di guardiano o prigioniero e anche a seconda di quanto percepito dagli abitanti del vicino paese di Premariacco ed anche, ovviamente, secondo le esperienze personali che in qualche caso sfociarono in amicizie o vicende amorose coltivate poi anche nel dopoguerra. Così, per le popolazioni contadine dei dintorni, i cui giovani erano chiamati al servizio militare di guerra sottraendo alle campagne una forza lavoro essenziale nell’economia dell’epoca, per i quali la scarsa produzione agricola era soggetta all’ammassamento e alla requisizione, poteva apparire che le condizioni dei prigionieri fossero di relativo benessere.
Come riportato da Natale Zaccuri: “… il PG57 potrebbe essere definito piuttosto un luogo di relativo benessere, peraltro ben notato da coloro che andavano a ritirare i rifiuti-rancio per il bestiame: avanzi di frutta, luccicanti palline di stagnola… con ancora il profumo lieve del cioccolato avvolto, scatolette di carne parzialmente consumate, mozziconi di sigarette Milit, Nazionali, Popolari.” (11)
In realtà, i prigionieri non condividevano una visione così entusiastica della propria cattività, tutt’altro. La permanenza nel campo era infatti resa molto difficile da un comportamento del comandante italiano col. Calcaterra che sarebbe stato ricordato come uno tra i peggiori tenuti da italiani. In novembre, i tetti furono rattoppati con l’eternit e furono ultimate le nuove cucine. A breve il riscaldamento, fornito da stufe a legna anche nei dormitori, avrebbe dovuto entrare in funzione. Si attendevano scorte di vestiti dalla Croce Rossa.
La visita del delegato svizzero, il 28 dicembre successivo, confermò l’arrivo continuo di scaglioni di prigionieri, al punto che per ospitarli gli spazi destinati alla ricreazione dei prigionieri erano stati trasformati in dormitori. A quella data Grupignano ospitava oltre 4.000 prigionieri ed era senza dubbio sovraffollato. In compenso, tuttavia, il servizio postale era migliorato, e anche con il cibo ed i pacchi tutto andava bene. Vi era stato almeno un decesso per «broncopolmonite e deperimento organico».
Nessun miglioramento si era riscontrato invece sul fronte delle scorte di vestiario, sempre più urgenti dato il numero di prigionieri costantemente in aumento. Tra i nuovi prigionieri ve ne erano molti, provenienti dai centri di transito africani, che mostravano serie carenze di vitamine; a Grupignano erano sottoposti a cure specifiche e, se gravi, trasferiti all’ospedale di Udine.
Qualcosa, tuttavia, cominciava a scalfire anche l’ottimismo dei delegati, facendo venir meno l’immagine positiva del rapporto tra i detentori e i detenuti, ai quali erano stati sequestrati tutti gli strumenti musicali per una «stretta applicazione della Convenzione». Stupito, il delegato aveva interrogato in merito il ministero della Guerra per capire se si trattasse di una misura generale o, piuttosto, di «un’interpretazione isolata della Convenzione».
In dicembre un prigioniero era stato ferito dalle sentinelle perché, mentre cercava di raccogliere un po’ di legna in compagnia di alcuni commilitoni, era entrato in un’area del campo il cui accesso era vietato. Sembra che non avesse obbedito all’ordine di allontanarsi e che, per questo, le guardie gli avessero sparato al petto; il soldato tuttavia sostenne che gli italiani gli avessero sparato più volte, prima e dopo averlo fermato.
Nel gennaio 1943 si decise di ampliare il perimetro, portando la capienza a 5.200-5.500 unità.
Alla fine del marzo successivo, comunque, il campo ospitava 4.456 prigionieri, 1.806 dei quali neozelandesi e 1.627 australiani.
Vi erano, stando al rapporto dei delegati della potenza protettrice, notevoli problemi di smaltimento delle acque nere, ma per il resto il sito continuò a fare una buona impressione ai delegati.
Tuttavia, c’erano anche altri problemi: le fonti alleate sono, ad esempio, concordi nel sostenere che, se dal punto di vista degli alloggi e addirittura dell’approvvigionamento idrico la situazione di Grupignano fosse in generale soddisfacente, quella del cibo era invece «terribile», non adeguata a sostenere neanche un uomo già in salute. Nell’inverno 1942-1943 la razione di pane fu ulteriormente ridotta, passando da 200 a 150 grammi al giorno, mentre nella brodaglia quotidiana non erano contenuti, di solito, più di tredici maccheroni in tutto. In breve, se non fosse stato per i viveri inviati dalla Croce Rossa, i prigionieri avrebbero senza dubbio sofferto la fame.


L’ultima visita a Grupignano fu effettuata il 24 agosto 1943. Il campo ospitava 2.873 prigionieri, dei quali 1.085 erano neozelandesi. Nei mesi precedenti, aveva funzionato come serbatoio di manodopera da inviare ai campi di lavoro nei vari distaccamenti. Ciò aveva evitato, probabilmente, che gli internati venissero trasferiti in Germania, un progetto che pure era in agenda per i soldati nemici detenuti nell’area (e che si sarebbe attuato dopo la capitolazione dell’Italia).
Nel campo si stavano costruendo ben ventinove nuove baracche, presumibilmente in vista dell’arrivo di grandi contingenti di prigionieri dal centro-sud. Non vi erano, secondo il rapporto dei delegati svizzeri, problemi relativi all’alimentazione, ma permanevano quelli dati dagli scarichi a cielo aperto, che alimentavano infestazioni di zanzare, contro le quali le reti metalliche apposte sulle finestre dei locali infermeria erano un debole rimedio.
Sul comandante Vittorio Emanuele Calcaterra, responsabile di aperte violazioni della Convenzione di Ginevra, nonché di numerosi episodi di maltrattamento, le testimonianze sono numerose. Il dottor Accardo Palumbo, dentista stanziale a Grupignano tra il settembre 1942 e il settembre dell’anno successivo, lo definì un «uomo dal carattere molto duro. La sua reputazione nell’inculcare la disciplina era più che nota, sia tra i prigionieri sia tra il personale italiano».
Il sovrintendente agli affari sanitari del campo ne scrisse anche peggio: «…Sulla base delle rigorose istruzioni del col. Calcaterra, fu usata con i prigionieri la massima severità, tendente spesso alla crudeltà. […] ».
Alcuni dei suoi ufficiali, ligi e volenterosi esecutori di ordini meschini e non di rado sadici, furono invece condannati a pene minori.
Per quanto riguarda il territorio metropolitano, sappiamo che spesso il personale delle strutture aveva l’ordine, evidentemente impietoso, di trasferire in ospedale solo i casi «estremamente urgenti», e questo sia per ragioni di sovraffollamento, sia per «la difficoltà di un’adeguato controllo» nei nosocomi esterni.
Quest’ordine era stato impartito all’ufficiale che, nel campo di Grupignano, svolgeva le funzioni di sovrintendente degli affari sanitari, direttamente dal colonnello Calcaterra:
Ogni giorno – avrebbe scritto il dr. Mauroner –si ponevano ostacoli alla mia realizzazione di un servizio efficiente. Mi si disse di non mandare in ospedale alcun paziente, se non in casi di vita o di morte e davvero urgenti. Ero anche continuamente indotto da Calcaterra a trattare duramente i prigionieri e a non ascoltare o accogliere alcun suggerimento o lamentela da parte dei due ufficiali
[medici, nda] australiani. La mia stessa proposta per evitare il sovraffollamento fu costantemente ignorata dal col. Calcaterra.
Probabilmente, quello di Thapa non fu l’unico caso di ricovero tardivo. Difatti, nell’ottobre 1942, il prigioniero neozelandese James Wallace Henderson, di 27 anni, internato a Grupignano, morì per un’epatite acuta mentre stava per essere ricoverato a Udine, dopo che per giorni aveva sofferto di ittero, nausea, dolori e vomito.
Nei giorni successivi all’annuncio dell’armistizio il colonnello Calcaterra ingannò i prigionieri dicendo loro che sarebbero stati consegnati a truppe britanniche mentre invece il 13 settembre si presentarono le forze di occupazione naziste che caricarono tutti detenuti alla stazione di Cividale su carri bestiame. Secondo la testimonianza fatta dal medico internato Bill Rudd ai prigionieri, nel tragitto tra il campo e la stazione di Cividale fu intimato di non uscire dai ranghi pena la
fucilazione di massa degli stessi. La loro destinazione per i mesi successivi fu il grande Stalag XVIII C in località Markt Pongrau nel salisburghese. Da lì a poco tempo il campo, che aveva una capienza di 30.000 posti arrivò ad “ospitare” circa 7000 militari italiani prigionieri dei nazisti.
Una lettera, riportata nel libro di Natale Zaccuri, vi è la testimonianza di una ulteriore fuga: il 6 agosto 1945 il prigioniero inglese Wiliam S.C. Paling - ricordava quei momenti con l’amico Bier al quale così scriveva: - “Mi è stato impossibile scrivere alla famiglia italiana che così gentilmente si è presa cura di me quando sono scappato dal Campo di guerra di Premariacco. Sfortunatamente sono stato fatto prigioniero di nuovo e mi è stata presa ogni cosa dai tedeschi. Dopo essere stato con i partigiani per più di tre mesi, fui portato in Germania da dove riuscii finalmente a scappare attraverso l’Austria, l’Ungheria e la Jugoslavia passando per Bari, il 2 novembre 1944 (…)”.
Si tratta di una delle fughe avvenute a cavallo tra l’8 settembre 1943 e l’arrivo dei tedeschi di cui evidentemente non risulta relazione da parte del colonnello a capo del campo di prigionia. Alcuni prigionieri furono “lavati, sfamati e sistemati alla meno peggio nel granaio (della famiglia Donato di Premariacco) dove rimasero per una decina di giorni.”Da qui furono poi fatti fuggire attraverso le zone controllate dai partigiani nelle Valli del Natisone.
Proveniente da questo gruppo di fuggiaschi potrebbe essere il “sudafricano” (di colore) indicato nella lapide che ricorda i partigiani, italiani e sloveni, caduti sul monte Matajur il 9 novembre 1943.
Sull’8 settembre e la sorte degli altri prigionieri del famigerato campo di Grupignano, nonché dei due campi di lavoro di Monigo e Torviscosa, abbiamo soprattutto, ancora, ciò che ha ricostruito Roger Absalom, anche sulla base di fonti orali locali. A proposito di Grupignano, lo studioso scrive:
“….secondo un testimone oculare, [i prigionieri] «furono portati via come ladri», costretti a marciare fino alla stazione ferroviaria […] sotto la rabbiosa supervisione di un manipolo di soldati tedeschi in sidecar, con l’avvertimento che chiunque si fosse fermato sarebbe stato fucilato sul posto. Una situazione in netto contrasto con quella trovata dai prigionieri al loro arrivo al campo, allorché erano stati scortati da una colonna di soldati italiani disposti a una distanza di tre metri l’uno dall’altro.
In questo caso, invece, «tre tedeschi facevano il lavoro di trecento italiani».
“Al termine del conflitto, il comandante Calcaterra, l’interprete Enrico Carozzi e tale Marianello, carabiniere, per i soprusi commessi nel campo di Grupignano furono inseriti nell’elenco definitivo del Central register of war criminals and security suspects (Crowcass), organismo creato nella primavera del 1945 con il compito si supportare il lavoro della Commissione per i crimini di guerra delle Nazioni Unite.”

La lunga lista dei criminali italiani ricercati perché autori di presunti crimini di guerra, indica in poche decine coloro che commisero “abusi nei campi italiani per prigionieri di guerra, ben tre di loro quindi avevano svolto il loro servizio al PG57.”
C’era poi il caso relativo all’uccisione del caporale australiano Edward Symons, avvenuto a Grupignano il 20 maggio 1943. Secondo una fonte italiana, questi aveva lanciato contro un carabiniere una bottiglia e poi gli si era gettato addosso; a quel punto il militare aveva reagito sparandogli e uccidendolo all’istante.
I 194 testimoni alleati riferirono invece che Symons, «ubriaco ma non turbolento», era stato tratto in arresto durante una partita di cricket alla quale stava assistendo. Si era però rifiutato di seguire i carabinieri e questi gli avevano sparato, secondo alcuni senza che il caporale avesse fatto nulla contro di loro, secondo altri perché il prigioniero aveva provato a sottrarre l’arma a uno degli italiani. A quanto pare, Symons era morto sul colpo o poco dopo essere stato colpito. Con ogni probabilità le cose andarono nel modo descritto dall’AFHQ nel luglio 1945:«Symonds [sic] aveva bevuto e stava gridando per incoraggiare i giocatori durante la partita di cricket. Le guardie, attratte dalle sue grida, si erano avvicinate per farlo calmare, ma Symonds [sic], che probabilmente non era in vena di tollerare intromissioni da parte degli italiani, aveva iniziato a litigare, alzandosi in piedi; due dei suoi amici lo trattenevano e cercavano di calmarlo ma lui continuava a bisticciare. Non è chiaro se fosse davvero riuscito a staccarsi da loro e a raggiungere la sentinella; ad ogni modo quest’ultima, deliberatamente o per autodifesa perché spaventata, gli sparò da distanza ravvicinata».
Tuttavia, Calcaterra non arrivò al processo, perché venne ucciso dai partigiani alla fine dell’agosto 1944 a Castagnole delle Lanze in provincia di Asti. Nel dopoguerra, il carabiniere Marinello Sodini (probabilmente si tratta del “Marianello” precedentemente citato – ndr) che aveva sparato a Symons, fu giudicato colpevole per l’assassinio e condannato a morte, con pena commutata in ergastolo perché il suo gesto fu ritenuto non premeditato. Per l’uccisione di Arthur Birdwood Wright, avvenuta a Grupignano l’8 febbraio 1942, si conosce addirittura solo in nome di battesimo - Amedeo- del soldato che ha sparato.
Dopo la guerra emerse che alcuni ufficiali italiani di Grupignano, con la complicità e forse la partecipazione del comandante Calcaterra, sottraevano regolarmente beni dai pacchi della Croce Rossa destinati ai prigionieri.
La scoperta era stata fatta già durante la guerra da un maresciallo della guardia di finanza, tale Gatto, che per tutta risposta era stato punito e immediatamente trasferito altrove.
Il Calcaterra, fece in modo che un reparto di carabinieri provvedesse a perquisire i soldati italiani ogniqualvolta questi andavano in licenza. Se fossero stati trovati in possesso di sigarette, tabacco, sapone o altri beni di provenienza britannica, sarebbero stati arrestati. Ciò, però, riguardava solo la truppa, mentre gli ufficiali non venivano perquisiti. E, ovviamente, nessuno perquisiva i carabinieri. (13)
Nello stesso sito, come in altri, mancavano quasi totalmente le attrezzature sanitarie e i medicinali, dagli antisettici alle bende, dalle garze alle medicine, agli anestetici. Soprattutto, il chinino era poco ed il dottore del campo di Grupignano, per fare un esempio, nell’autunno del 1942 lo riceveva solo una volta al mese. La gran parte delle malattie di cui soffrivano i prigionieri erano originate nella spesso lunga e sempre terribile detenzione nei campi di transito, in Nordafrica ma anche in Italia.
Da lì, i prigionieri arrivavano “infestati di pidocchi” e spesso già appena giunti nei campi definitivi venivano ricoverati.
«Punizioni collettive per colpe individuali» erano comminate regolarmente, stando almeno a coloro che le subirono, dal colonnello Calcaterra e dal tenente degli alpini Otello Ronco, impiegato nello stesso campo e che, a quanto pare, era solito attribuire punizioni spropositate: «30 giorni di detenzione, molto spesso senza che vi fossero colpe reali da punire. Due ore al giorno ai ferri per i primi 10 giorni. Sembra che la politica fosse di tenere la prigione piena alla sua portata massima di 40 rinchiusi». La stessa fonte attesta che Calcaterra era anche solito sequestrare oggetti personali e nell’ottobre 1941, in un’occasione già citata, poiché alcuni uomini avevano rifiutato di farsi tagliare i capelli, 40 prigionieri erano stati arrestati e tenuti in carcere per novanta giorni. A detta di numerosi ufficiali al suo comando, più di una volta il comandante Calcaterra dispose perché i beni contenuti nei pacchi della Croce Rossa, trovati nascosti e accantonati, fossero sequestrati e rivenduti agli stessi ufficiali italiani che costituivano lo staff del campo.
Come rilevato le punizioni inflitte da Calcaterra potevano essere individuali o collettive, fisiche o psicologiche. Il comandante, secondo fonti britanniche, mandava in prigione per un nonnulla. Accadde quando, per citare qualche episodio, il calzolaio del campo reagì a un tentativo di requisizione – in realtà un vero e proprio furto – di un paio di stivali che doveva riparare. Il carabiniere che aveva provato a prenderli cadde a terra durante la colluttazione, e il prigioniero
finì conseguentemente in isolamento per un mese, al termine del quale sosteneva di aver perso 20 chili.
A Grupignano, infatti, l’isolamento comportava la diminuzione delle razioni e lunghe ore di manette a polsi e caviglie, senza la possibilità di ricevere visite mediche.
Un altro prigioniero scrisse:
«Stavo stendendo fuori la mia biancheria, su un filo all’esterno della baracca, mentre era in corso un’ispezione. Per questa cosa ricevetti otto giorni agli arresti in isolamento. Le condizioni dell’isolamento erano dure, dato che la cella era più che sovraffollata. Non so quale norma avessi violato, se ne avevo violata una. […] Sono stato rimpatriato per problemi agli occhi, e durante la prigionia era per me necessario e obbligatorio lavarmeli spesso. Un giorno ero assente dalla baracca perché ero a lavarmi gli occhi, e fui condannato a otto giorni di isolamento in cella.
Non so quale norma avessi violato, se ne avevo violata una. Gli ufficiali del campo avevano l’abitudine di punirci per qualsiasi colpa minore o immaginaria. »

* Potenza protettrice, nel diritto internazionale, è una nazione che rappresenta gli interessi di una seconda nazione («potenza protetta» o «mandante») nei confronti di una terza («potenza ricevente»), nel caso che le ultime due (per svariati motivi) non abbiano relazioni diplomatiche
dirette. Si parla pertanto di «mandato di potenza protettrice».

Note:

(1) “Lager Italiani – pulizia etnica e campi di concentramento fascisti per civili jugoslavi 1941-1943” – Alessandra Kersevan – Ed. Nutrimenti – 2008).
(2) AUSAM, SMA I REP. 1° Vers., b. 51, f. 6, MG, CIPG, «Notiziario n. 16», 31 gennaio 1942-XX, pp. 9-10.
(3) TNA, WO 224/122, Col. de Watteville, «Visit to Prisoners of War Camp no. 57 on Tuesday, 17th March, 1942C, s.d., p. 2
(4) «Report no. 6 on Camp no. 57 for British Prisoners of War in Italian hands», 7 ottobre 1942, p.1. »
(5) Carl Alexander Carrigan (21 ottobre 1921-26 aprile 1989) si arruola volontario nell’esercito australiano assieme al fratello Paul e agli amici Lloyd Ledingham e Ron Fitzgerald.
(6) dell’uccisione di un prigioniero da parte di un carabiniere parla Roger Absalom in “L’alleanza inattesa. Mondo contadino e prigionieri alleati in fuga in Italia (1943-1945).” Bologna, Pedragon, 2011, p.74, nota 15, riferendo l’episodio al giugno 1943, epoca in cui Carl Carrigan era già stato trasferito nel campo pg 106.
(7) Carl Alexander Carrigan – Un’odissea in tempo di guerra – La storia di Carl Carrigan – L’Impegno – Rivista dell’Istituto per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea nel Biellese nel Vercellese in Valsesia - anno XXIII, n. s., n. 1, giugno 2013).
(8) TNA, WO 311/1206, Dichiarazione del w.o. W. Murdoch, 20 giugno 1946, pp. 1-2.
(9) [TNA, WO 311/308]

(10) [TNA, WO 311/308].
(11) Natale Zaccuri - Il Campo "P.G. 57a Prtematriacco _ Stori adi un luogo di prigionia e delalsua Chiesa - Ass. Naz. Genieri e Trasmettitori d'Italia Sezione di Udine - Grafgiche Civaschi - Salt di Povoletto - 1996
(12) TNA, WO 311/308, traduz. della dichiarazione del finanziere U. Ricciarelli, 2 luglio 1946, p. 1.
“AUSSME, N1-11, b. 843, DS dello SMRE-UPG-Segr., mesi di ottobre-novembre-dicembre 1942, all. 80, SMRE-UPG, Manca, «Commercio generi o valuta con i pg. Disciplina dei consumi», circolare ai comandi di corpo
d’armata e di difesa territoriale, 9 novembre 1942.
(13) TNA, WO 311/308, traduzione della dichiarazione del brig. Santese, 6 maggio 1946, p. 1.”

Fonti:
Alessandra Kersevan - “Lager Italiani – pulizia etnica e campi di concentramento fascisti per civili jugoslavi 1941-1943” – Ed. Nutrimenti – 2008;

Isabella Insolvibile – “I prigionieri alleati in Italia 1940-1943” – Dottorato di Ricerca – Università degli Studi del Molise – A.Accademico 2019-2020;

Istituto Parri - https://www.alleatiinitalia.it/i-campi/schedacampo/?ricerca=52;

“Escape from Gruppignano (sic)” - Alexander Turnbuil Library – Wellington, New Zeland

M. Tenconi – “Note sul campo per prigionieri di guerra n. 57 di Grupignano 1941-1943” - Italia contemporanea – 2012

Natale Zaccuri – Il Campo “P.G. 57” a Premariacco – Storia di un luogo di prigionia e della sua Chiesa – Ass. Naz. Genieri e Trasmettitori d’Italia Sezione di Udine – Grafiche Civaschi – Salt di Povoletto – 1996

Carl Carrigan – “Un’odissea in tempo di guerra La storia di Carl Carrigan” – L’Impegno – Rivista dell’Istituto per la Storia della Resistenza e della Società Contemporanea nel Biellese nel Vercellese in Valsesia - anno XXIII, n. s., n. 1, giugno 2013.

Roger Absalom - “L’alleanza inattesa. Mondo contadino e prigionieri alleati in fuga in Italia (1943-1945).” – Bologna – Pedragon - 2011

Tracce di storie - Testimonianze

I Prigionieri inglesi
Stralcio da intervista a Bulfon Silvana (1931-2019),
a cura di Adriano Bertolini, in Romans di Varmo 12.07.08

A l ere colât un aparechio tra Romans e Rivignan…Chè me pari cu li lamieris al veve fat un masanin pal cafè che dut il pais lu doprave! I piloti a si erin salv.ts. A l’ere un punt su la Ferade14 e i giovins di Romans lì sot a vevin fat dai cavalèts cu li breis, parsore da l’aghe, e metût i sacs cu la pae dentri e dopo a vevin taponât cu li frascis di cà e di là, par che no lu cjapin i todescs. La int dal pais a lavin a partai di mangi., a turno.”Silvana ! Viôt che a nus tocje a nu vuè di lâ a partai di mangiâ a che int” a mi a dite puare me agne une volte.”Ce vino di fâ?... Ben! i fasarai un pôc di fertae, salam, un pôc di vin e di polente”- parch'a si faseve in cjase, nomo?-...”Ma bisugne chi stedin atentis -dissè – satu?! Parce che a son i todescs che a girin, là!” E i lavin a riscjo eh!…
Cun l' ombrene, jo e puare me agne!chè al ploveve! Io frute, 12, 13 aigns, cun la sporte di scuss ta un sac .”Do vatu Bulfone?!” (chiedevano i conoscenti) …“ I voi a cais, Ostje! …E vualtris diseit ce che voleis!… Sì!... Ancje se a plouf! ”...E vie, pai cjamps! Passàvin par chì, passavin la roe par là e vie!…A partai di mangj. a chei puars. Quant che an viodût me agne a rivâ, un al ven four e al a la cjape cussi’(la abbraccia n.d.a.), e vaî come un scoreât: ”Ah mama!”E bussâle... La dì di san Pieri
(giorno della sagra del patrono del paese n.d.a), i giovins di Romans, cui un p.r di scarpis cui un pâr di bergons o une cjamese, ognun partave ce che al podere; ju vin menâts lì da la fontane-ché lì a vignive la giostre- e il plevan Danuss (che pure era stato fascista n.d.a) ai à fat di mangi. in canoniche…
Puâr mio pâri che al ere stât a vore tai Stasunîts, ta la miniere da l’oro ad Hamilton, al saveve un pôc di inglês…I vevin un cjamp par là (nella zona dei prigionieri nda)-un pôc di blave e un pôc di mediche - i erin a ristielâ :”No lavorare tu, bambina!
Noi aiutare papà ”E a mi à cjapade la ristiele e a si è metût a lavorâ e al fevelave cun me pâri par inglês, e cun me barbe, che al stave chi di nô e al ere stât in Australie. E lôr a ciapavin la forcje e a judavin… Come che a podevin, puars! Dopo al è vignût l’Armistissi e a ju an menâts a Codroip, al treno. E dopo no sai…
Un di Romans però, Rico dal Nêri, che al’ere bielgià stât tanç aigns in Americhe a vôre, al è tornât dopo la guere par finì di pai. i contribûts, pa la pension merecane.
E ta un albergo, fevelant- cussì, par c.s!- al a cjatât un che lu veve sintût a nomeâ Romans tal fevelâ: “Romans? –‘l à dite chel- Io sono stato a Romans!” Che la int a mi à partât di mangiâ...e cussì’ e cussì…Tu pos crodî ce fieste!

 

I prigionieri “inglesi” di Virco
La Resistenza in Medio Friuli. Adriano Bertolini, ANPI medio Friuli.

Catturati in Nord Africa dagli italiani ed internati nel campo di Grupignano, vicino a Cividale, i tre prigionieri “inglesi”(in realtà due neozelandesi ed uno sudafricano) erano fuggiti dopo l’otto settembre ‘43 dal campo e si erano diretti a sud, in previsione dell’avanzamento del fronte alleato. Giunti nella zona di Virco, erano stati notati dai contadini al lavoro nei campi, mentre vagavano nella zona dell’attuale biotopo, a sud della ferrata e dell’abitato. Dopo i primi contatti con la
popolazione, erano stati accolti in paese in alcune famiglie. Vi rimasero a lungo, almeno otto mesi, anche nella casa dei Lant, dove dormivano in una stanzetta cieca ricavata al piano terra con un tramezzo nella “cjâse”(cucina) ed a cui si accedeva da una botola situata in una camera. A turno erano nutriti da alcune famiglie ed uscivano soltanto di notte; si diceva andassero a “cjaminâ” verso
Flambruzzo dove avevano stabilito un contatto con formazioni partigiane locali (vedi info Cevolatti, 14 marzo 2012) e con un altro gruppo di conterranei assistiti dalla popolazione di Romans. (vedi intervista Bulfone Silvana 12.07.08). Uno di questi prigionieri, colto da una appendicite, venne fatto operare a Latisana per interessamento della contessina dei Colloredo di Sterpo che conosceva la lingua e che, avendo rapporti con l’ospedale di Latisana conosceva la madre superiora del reparto, lo spacciò per sordomuto. I Colloredo Mels di Muscletto, comunque, in quel periodo, erano in contatto con la Resistenza attraverso diversi canali, tra i quali il comandante partigiano locale Mario Prandi Egone che operava in zona Santa Marizza/Muscletto ed il loro fattore Jaiza. Questi prigionieri alla fine sembra che rimpatriassero: prima quello operato che dopo la convalescenza non
rientrò più a Virco, poi, dopo il primo fallito tentativo di Galleriano, anche gli altri due; probabilmente per via mare da Bibione/Brussa, dove era stato organizzato un recupero dei prigionieri a cura della marina inglese. A guerra finita si misero in contatto con la famiglia Lant e, circa 30 anni fa, i loro figli furono ospiti a loro volta della comunità di Virco (Info.25.1.2010 Luigi Lant Virco di Bertiolo/Pocenia, info Mattiussi, Virco 2009.

 

I fatti di Galleriano
Stralcio da “Il rastrellamento di Santa Marizza” di Adriano Bertolini. ANPI Medio Friuli 2014

...Si pensò quindi di inviare l’aspirante partigiano in montagna, per verificare le sue vere intenzioni. Si preparava in quei giorni un trasporto verso Spessa, nel Collio, per mandare in montagna due prigionieri fuggitivi “inglesi” * ed un carico di sacchi frumento raccolto dall’Intendenza di Montes nella bassa e destinato alle formazioni partigiane.
Si organizza quindi il trasferimento con la scorta di tre uomini : “Beppe” Zoratto Arrigo (23.06.23) di Teor, Ceroni Valerio(24.12.18) da San Paolo di Morsano, Marcatto Luigi(1918) di Corazzai di Varmo...
A mattina presto del 30 agosto 1944, il convoglio, giungendo da Flambruzzo, carica a Virco gli inglesi verso le ore otto ed arriva verso le nove a Galleriano, da Flambro. In prossimità della Villa Trigatti, sede del distaccamento tedesco di supporto alla difesa antiaerea delle piste di volo, quello che si rivelò una spia repubblichina salta improvvisamente dal carro e denuncia i partigiani indicandoli alla guardia armata al cancello della villa; il tedesco spara un colpo di fucile al Ceroni mentre fugge a piedi verso la chiesa; Marcatto Luigi, che si trova sul carro, frusta i cavalli e li manda di carriera per un centinaio di metri prima di saltare a sua volta ed imboccare la via di fuga indicatagli da Valentina Fongione che sta alla roggetta per pulire i cjardeirs. Gli “inglesi”, approfittando del trambusto creatosi in piazza attorno al Ceroni morente, fuggono per la campagna
e verso le 14 sono di nuovo a Virco presso la famiglia Lant …

Cividale del Friuli, 21 aprile 2026 

Luciano Marcolini Provenza

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