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ANPI
Cividale del Friuligiorno della memoria in ricordo di Lojze Bratu - -
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Nel corso dell'iniziativa promossa dall'ANPI, dalla SOMSI e dall'Ass. Musicale Sergio Gaggia per commemorare il Giorno della Memoria, si è parlato di Lojze Bratu, musicista e insegnante sloveno di Gorizia morto a 34 anni per le conseguenze di una brutale aggressione fascista ai sui danni avvenuta nel settembre del 1937. Qui di seguito l'intervento in suo ricordo di Michele Obit. Mi chiamo Lojze Bratu.
Lojze, non Luigi. Bratu, non Bertossi. Sono nato il 17 febbraio 1902 a Gorizia, Italia. Sono morto il 16 febbraio 1937, un giorno prima del mio 35º compleanno, a Gorizia, Italia. Mio padre si chiamava Franc, era operaio, mia madre si chiamava Marija, nata Simcic.
Dal 1908 al 1913 ho frequentato la scuola elementare dell'associazione olski Dom. Nell'anno scolastico 1913/14 ho iniziato a frequentare il neonato ginnasio statale con lingua dinsegnamento slovena. L'insegnante di canto del liceo ha riconosciuto subito e sostenuto il mio talento musicale. Già lanno seguente ho iniziato a suonare occasionalmente l'organo nella chiesa di SantAntonio, a Gorizia. Poi, è successa una cosa. LItalia nel 1915 è entrata in guerra, ho dovuto interrompere gli studi. Ho continuato però a suonare come organista in alcune chiese goriziane, e in due occasioni sono finito sotto le macerie degli edifici, colpiti dai cannoni, e sono rimasto ferito. La mia famiglia ha resistito a Gorizia sino alloccupazione italiana dellagosto 1916, poi è stata costretta allesodo, prima a Viareggio, quindi, come punizione perché assieme ad altri profughi sloveni in occasione del nuovo anno abbiamo cantato canzoni nella nostra lingua, in Molise.
Al ritorno ho lavorato come insegnante, nel Goriziano. Prima delle elezioni parlamentari del 1921 ho iniziato a dedicarmi all'attività politica, battendomi per i diritti della comunità nazionale slovena, per la conservazione e la diffusione della cultura slovena, soprattutto dei canti sloveni. Nel 1924, avevo ventidue anni, sono stato promosso preside, ma due anni dopo le autorità mi hanno rimosso dallincarico. Sono stato mandato in Abruzzo, non ci sono rimasto per molto. Nel 1929 l'arcivescovo Franciek Borgia Sedej mi ha trovato un posto come professore di musica presso il ginnasio arcivescovile del seminario minore di Gorizia, ma, sempre per la mia attività a favore della comunità slovena, ho dovuto lasciare anche questo incarico.
Nell'ottobre del 1930 sono stato picchiato da un gruppo di sei fascisti sul Travnik, oggi piazza Vittoria, a Gorizia, e ho trascorso tre settimane in ospedale. L'anno successivo il mio cognome è diventato, per decreto, Bertossi.
Ai primi del gennaio 1932 sono stato arrestato senza alcuna imputazione e sottoposto a un regime carcerario durissimo: non mi è stato concesso avere carta né lapis, non uno spartito, figurarsi un libro. Ho trascorso in prigione sei mesi, senza alcun processo, e alla fine sono stato rimesso in libertà, senza alcuna spiegazione. Nella scheda biografica del detenuto Bertossi, compilata dalla Prefettura, hanno tra laltro scritto:"Segue i principi dellassociazione od unione demosociale cristiana tra gli sloveni facente capo allex deputato Besedniak dott. Engelbert e per cui considerato uno degli esponenti del clericalismo sloveno della provincia.
È in corrispondenza epistolare con insegnanti nazionalisti slavi fuoriusciti residenti allestero, dove non ha mai dimorato.
È attivo propagandista dellirredentismo slavo fra lelemento allogeno, su cui ha grande ascendente, rendendosi così pericoloso per lordine sociale dello Stato al cui sovvertimento mira."Pericoloso per lordine sociale dello Stato, questa la mia colpa. Quando io ho chiesto solo si potesse parlare e cantare nella lingua che ci è stata insegnata.
Nel 1933, nella chiesa di Tolmino, ho sposato Ljubka orli. Abbiamo avuto due figli.
Il 27 dicembre 1936, dopo aver diretto un coro che cantava in lingua slovena durante una messa a Podgora, sono venuti a prendermi. Mi hanno trascinato via dalla chiesa, portato nella sede del partito fascista, picchiato. Mi hanno aperto la bocca e fatto ingerire con forza olio di ricino mischiato a olio di motore. Canta adesso, maestro!, gridavano sghignazzando. Quellolio ha continuato a bruciarmi dentro, in ospedale, per quasi due mese. Sono morto il 16 febbraio 1937.Ho fatto però in tempo a sentire, pochi giorni prima di spirare, i miei allievi che si sono ritrovati sotto la finestra della stanza dellOspedale Centrale di Gorizia in cui mi trovavo, intonando dei canti nella lingua proibita.
So che poi cè stato fermento, la mia scomparsa ha reso inquieto e rabbioso ancora di più il popolo sloveno. In tanti sono venuti a rendere omaggio alla mia tomba, una tomba che fino agli anni del dopoguerra è rimasta anonima, perché riportare il nome sloveno Lojze Bratu era proibito per legge. Una tomba, però, su cui non mancavano mai i fiori. Nel novembre del 1937 in una nota il prefetto goriziano comunicava al Ministero degli Interni:" in occasione della commemorazione dei defunti, la tomba del noto musicista irredentista sloveno Bertossi Luigi ha ricevuto lomaggio di moltissimi fiori e la visita di esponenti dellirredentismo sloveno, nonché di numerosissime persone, fra cui molte donne.
Sulla tomba è stato anche deposto un mazzo di garofani rossi, legato da un nastro rosso. Il mazzo è stato subito fatto togliere e sono in corso indagini per identificare le persone che ve lo hanno collocato."Mi chiamo Lojze Bratu.
Lojze, non Luigi. Bratu, non Bertossi.
Una cosa volevo dirvi, prima di salutarvi. Se 90 anni dopo la mia morte siete qui ad ascoltare la mia storia che non è solo la mia storia ma anche quella delle tante e dei tanti che hanno sofferto a causa della vigliacca prepotenza e violenza del fascismo può essere che la mia vita, e anche la mia morte, abbia avuto un senso. Perciò non dimenticatela, questa mia storia, non dimenticatele le tante, troppe storie simili alla mia, non dimenticatele anche e soprattutto perché un giorno potrebbero ripetersi.
Cividale del Friuli, 21 dicembre 2025 la redazione del sito
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