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ANPI
Cividale del Friuli

appunti sulla sanità partigiana

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Uno degli aspetti da indagare in maniera più approfondita della Lotta di Liberazione è quello sanitario. Eppure, la cosiddetta "sanità partigiàna" rappresentò un'esperienza fondamentale non solo per la Resistenza, ma anche per la nascita di un'idea moderna e solidale di tutela della salute.
Il lavoro più approfondito che riguarda le nostre zone è stato prodotto da un Partigiano, Lino Argenton "Stuz - Silvio" anche lui medico che, all'epoca della Guerra di Liberazione, era ancora uno studente.
Una delle ragioni ad affrontare questo tema deriva probabilmente dalla natura stessa di quella che definiamo come "sanità partigiana". Infatti essa si struttura in una rete spontanea, flessibile, che si adatta alle condizioni del territorio, alla disponibilità di personale, di strutture e di materiali determinando quindi una grande varietà organizzativa e operativa. A dimostrazione di questo fatto vi è anche la mancanza quasi totale di direttive impartite dai vertici del CLNAI alle formazioni partigiane operanti nel territorio e lasciate quindi nella totale autonomia gestionale in ambito sanitario. Consta infatti che solo a ridosso della fine del conflitto, nel marzo del 1945, si faccia cenno alla necessità di "costruire una Direzione generale di sanità con capiservizio e a designare medici capizona, capiservizio e delegati ai servizi sanitari". La scarsità di farmaci e personale, l'aumento dei feriti, la diffusione di malattie legate alla scarsa alimentazione, le precarie condizioni igieniche e abitative erano motivo di profonda preoccupazione. In questo contesto maturò però una forte solidarietà in massima parte sostenuta dalle infermiere volontarie, le crocerossine, che, dopo l'8 settembre 1943, contribuirono alla nascita delle indispensabili reti sanitarie clandestine a sostegno dei militari sbandati, dei partigiani e della popolazione civile.
Possiamo dire che questa esperienza anticipò il concetto di diritto alla salute, che troverà riconoscimento nell'Alto Commissariato per l'igiene e la sanità nel 1945, nella Costituzione repubblicana del 1948 e nelle riforme sanitarie successive, fino alla nascita del Servizio Sanitario Nazionale nel 1978, voluto dalla ministra e partigiana Tina Anselmi. Dagli anni '90 in poi, questo modello conosce un progressivo declino che sfocia nell'attuale drammatica crisi della sanità pubblica di cui oggi siamo testimoni.
Dall'esperienza partigiana nasce quindi la tutela alla salute sancita dalla nostra Costituzione e siccome l'esperienza resistenziale è un'esperienza europea possiamo dire che le associazioni di assistenza medica solidali e non governative sorte anche in altri Stati in qualche modo traggono ispirazione da questa esperienza.
La situazione nel periodo resistenziale assume caratteristiche ancora più particolari se riferite alla nostra regione, nei territori ai noi attigui e allora appartenenti al Regno d'Italia, dopo l'acquisizione determinata dal "Trattato di Rapallo" di ampi territori abitati uniformemente da diverse etnie. Un territorio la cui l'economia era in gran parte contadina e che era abitato da popolazioni italiane, friulane, slovene, croate e tedesche.
Per tutto il periodo quindi della Resistenza in Italia, a partire dall'8 settembre 1943, si organizza spontaneamente e, ricordiamolo, col grande apporto delle donne e col fondamentale supporto della popolazione civile, una rete per la cura degli ammalati e dei feriti con la caratteristica di servire, non solo le esigenze dei partigiani combattenti, ma anche di essere a supporto della popolazione civile stessa.
E' da rilevare il fatto che, essendo ancora attiva e sostanzialmente ancora efficiente la rete degli ospedali civili, anche sotto l'occupazione nazifascista i casi più gravi furono, quando possibile, trattati all'interno dei nosocomi stessi grazie alla disponibilità di gran parte dei medici ospedalieri che, oltre a garantire le necessarie cure, operarono a copertura dell'identità dei partigiani e collaboratori della Lotta di Liberazione esponendosi a gravissimi rischi personali.
Non fu raro infatti il caso di personale sanitario deportato nei campi di concentramento in Germania, spesso a causa di delazioni.
Gli ospedali civili all'epoca erano 16: Udine (di prima categoria). Pordenone e Gorizia (di seconda categoria), Aviano, Cividale, Cormons, Gemona, Grado, Latisana, Monfalcone, Palmanova, Sacile, San Daniele, San Vito al Tagliamento, Spilimbergo e Tolmezzo erano tutti classificati di terza categoria.
Nel periodo resistenziale la questione sanitaria, come quella dell'approvvigionamento alimentare e di equipaggiàmento, era un problema di primaria importanza al pari dei gravi rischi rappresentati dalla lotta armata.
Soprattutto agli inizi della Resistenza ci si affidava, sul campo e per le ferite di lieve entità, a qualcuno, che per ragioni militari o per la professione civile svolta, aveva qualche rudimento in materia di pronto soccorso. I materiali sanitari e le medicine provenivano dai magazzini militari, ma anche spesso, nel corso della Lotta di Liberazione, dalla disponibilità dei farmacisti. Da sottolineare che queste forniture provenienti dal Friuli erano spesso destinate anche alle formazioni partigiane della vicinia Slovenia.
Nei casi di necessità d'intervento di un medico, vi si provvedeva grazie alla rete comunale dei medici condotti che, a quanto ci viene testimoniato, vuoi per adesione convinta vuoi perche comunque gli individui che chiedevano soccorso erano pur sempre individui armati, non si rifiutarono mai di prestare il loro contributo professionale. Fondamentale, come già accennato, la solidarietà delle popolazioni che, a fronte di enormi rischi personali, in molte occasioni non
mancarono di rendere disponibili le proprie case e la propria assistenza agli ammalati e ai feriti anche per lunghi periodi.
Di questa rete usufruirono anche diversi militari alleati, aviatori che si trovavano feriti o ammalati nel territorio dopo che i loro aerei, impegnati in azioni di bombardamento, furono abbattuti o militari fuggiti dai numerosi campi di prigionia sparsi nel territorio nazionale.
Il coinvolgimento nel conflitto mondiale di diverse nazioni si ripercuote oltre che sul piano militare con la creazione di formazioni partigiane composte da sovietici, disertori caucasici o militari fuggiti dai compi di prigionia, tedesche (come e il caso della Brigata che operava nel Friuli occidentale), anche sul piano sanitario.
Un esempio ci è testimoniato dall'esperienza della Zona Libera di Caporetto, la prima costituita nel territorio allora appartenente al Regno d'Italia nel settembre-ottobre del 1943. Qui operarono a supporto delle formazioni partigiane e della popolazione i medici Pavel Filipov, russo, Thompson, britannico, di cui conosciamo solo il cognome, fuggito da un campo di prigionia in Italia cadrà già il 31 ottobre a Circhina a seguito di un raid aereo tedesco, Svetozar Javkovi, montenegrino, Giuseppe Marangon, il medico italiano di Caporetto e naturalmente tutto l'indispensabile apparato infermieristico costituito in gran parte da donne della zona.
Nel maggio del 1944 avviene un importante fatto che è la costituzione a Udine del "Comitato di assistenza civile" frutto dell'accordo tra le associazioni cattoliche e il soccorso rosso del PCI. All'interno di questo comitato v'era la sezione feriti, ammalati e rifugiàti che fu affidata a don Albino Perosa "Alboino" e a don Giorgio Vale "Willy" che, come succursale cospirativa, si appoggiarono ai giovani cappellani del Tempio Ossario di Udine.
Non esistono ricerche approfondite che ci indichino la consistenza numerica degli interventi sanitari effettuati, ma si presume che diverse decine di migliaia di persone abbiano usufruito nell' Italia occupata di questa spontanea, ma a suo modo efficiente rete sanitaria. Nella vicina Slovenia una ricerca condotta alcuni anni fa indica in circa 22.000 i partigiani e i militari di varie nazionalità e i civili curati e assistiti dalla rete sanitaria clandestina. Della questione riguardante la resitenza partigiàna jugoslava, nel caso specifico, slovena ne parleremo in seguito visto comunque che il movimento resistenziale nelle nostre zone non prescinde da questa componente.
E' importante ricordare che nel periodo dell'estate-autunno del 1944 la costituzione delle zone libere, comportando lo stanziamento delle formazioni partigiane nelle zone liberate, determina anche un diverso approccio al problema sanitario. Restano attive le collaborazioni con i medici condotti (all'epoca il loro contratto prevedeva il servizio 24 ore su 24) e con la rete ospedaliera civile, ma si attivano anche delle strutture fisse all'interno delle zone liberate.
E' il caso, ad esempio, dell'ospedaletto da campo di Gradischiutta, una frazione del Comune di Faedis.
Qui, in uno stabile ora in rovina e immerso nei rovi e nel bosco, nel periodo di esistenza della ZLFO, è sorto l'ospedaletto da campo divisionale, in questo ospedaletto hanno operato due medici molto famosi.
il dr. Saverio Perrini "Libertà", che poi cadrà in Slovenia nel 1945 e il dr. Felice Camillo Davilla "Stalin", che organizzò l'ospedaletto. Il dr. Davilla era nato a Correggio (RE) nel 1900, di sentimenti antifascisti, dopo l'8 settembre (nel 1942 era stato richiamato alle armi come tenente medico del Genio di servizio nella Jugoslavia occupata. Si presentò al comando della Divisione Garibaldi a Stremiz offrendo la sua opera di medico. Durante il potente rastrellamento dei giorni 27, 28 e 29 settembre 1944, il dott. Davilla rimase al suo posto con i feriti più gravi e intrasportabili. Per un periodo funzionò l'espediente di esporre sul ponticello che conduceva al fabbricato dell'ospedale un cartello con la scritta "TYPHUS GEFAHR" che tenne lontani i soldati nazifascisti. Quando questi arrivarono all'ospedale Davilla, pur se con il camice bianco e la fascia della croce rossa al braccio, fu arrestato, malmenato e tradotto nelle carceri di Udine e successivamente deportato a Flossenburg e Dachau, campi dai quali rientrò a Liberazione avvenuta nel 1945 per riprendere poi la propria attività professionale.
Quando parliamo della struttura di Gradischiutta la definiamo come "ospedaletto", ma se pensiamo alle attuali ristrettezze del nostro sistema sanitario lo possiamo tranquillamente elevare di rango: arrivò infatti ad ospitare 30-40 posti letto nel fabbricato e nelle tende allestite all'esterno. La primaria attività dell'ospedale era dedicata alla cura dei partigiani ammalati o feriti in quanto gli ospedali civili di Udine e Cividale erano in piena efficienza per la cura dei civili e presidiati da medici interni o vicini alla Resistenza. A Cividale il dr. Gino Pitoni e il dr. Oliviero Fabris a Udine il dr. Gino Pieri "Quidam". In entrambe le strutture furono clandestinamente curati partigiani affetti da più gravi patologie che non potevano ottenere le necessarie cure nell'ospedaletto di Gradischiutta.
A Cividale ha operato come ufficiale sanitario del Comune il dott. Leo Levi "Galeno" il quale a un certo momento per le rappresaglie che i tedeschi riservavano agli israeliti, e Levi era, anche se non praticante, ebreo, riparò nelle formazioni partigiane divenne il responsabile di tutto il servizio sanitario della Divisione "Garibaldi Natisone".
Accanto a lui possiamo ricordare il dott. Lino Argenton "Stutz-Silvio" il quale però era Comandante e Commissario di una Brigata e non esercitava se non saltuariamente, diciamo cosi, la sua attività assistenziale essendo all'epoca studente di medicina. E poi il dr. Giuseppe Gargano "Boris" di Cividale anch'egli Comandante della Garibaldi che è stato poi primario chirurgo cardiologo e deceduto dopo la Liberazione. Ed altri come lo studente Amerigo Codutti di Faedis che, non ancora laureato, operava sempre dove occorreva la sua opera in tutta la zona montana della Zona Libera.
A Forame, sede del Comando unificato Garibaldi-Osoppo v'era poi un'altra struttura di soccorso organizzata dalla Marchesa Lucilla Massone Muratti "Giustina" e gestita dai dott. Nicolo Sidoti e dal figlio Sergio, vi operarono anche i medici Erminio Rocco e Franco Celledoni "Atteone".
Resta ancora da scrivere, in maniera organica, l'essenziale contributo offerto alla sanità partigiàna da parte delle donne per le quali ricordiamo, una per tutte, la figura della dott.ssa Luisa Celotti "Šaša" medico radiologo. Assieme al marito, anch'egli medico, Zygmunt Osser, operò nella zona del Collio sloveno dove fu creata una scuola per infermieri frequentata in gran parte da donne del luogo.
Quest'ultima vicenda ci consente di riallacciarci con la vicina Resistenza jugoslava. La prima formazione armata d'Italia si forma, composta da una ventina di partigiani, già nel marzo del 1943 nelle montagne a est di Cividale grazie al supporto offerto dalla già operativa resistenza slovena. Si tratta del "Distaccamento Garibaldi".
Nel 1941, il 6 aprile, con l'aggressione al Regno di Jugoslavia, i Savoia e il Fascismo legittimano e incentivano la lotta armata in tutto il territorio del Regno d'Italia etnicamente abitato da sloveni e croati. Il Trattato internazionale che sanciva e quindi legalizzava sul piano internazionale i "confini di Rapallo" diventa, nei fatti, carta straccia, rinfocolando le, peraltro legittime, aspirazioni indipendentiste dei popoli slavi che, svincolati dai trattati internazionali, aspirano a ricomprendere in una futura nazione le componenti nazionali affini.
Questi eventi però forniscono anche l'occasione di rinsaldare quell'unità d'intenti che univa su basi internazionaliste i comunisti dei vari gruppi etnici ormai da qualche decennio.
La natura capillare della resistenza jugoslava e slovena determina il controllo, nel corso del conflitto, di ampie zone da parte dei partigiani e la natura stessa del territorio, in massima parte montano e poco servito da vie di comunicazione di facile transito, obbliga a risolvere con ardimento e ingegno le problematiche sanitarie.
Ne è plastico esempio, anche se recentemente funestato da due devastanti alluvioni negli scorsi anni, l'ospedale "Franja". L'ospedale operò dal mese di dicembre del 1943 fino a maggio 1945 nei pressi di erkno, nella stretta gola nascosta di Pasica. E' stato costruito per curare i feriti e gli ammalati gravi di tutta l'area in cui ha operato il IX Korpus dell'esercito partigiano sloveno e qui sono stati curati anche molti partigiani italiani e militari alleati.
Dopo la guerra l'ospedale è diventato monumento culturale e simbolo di lotta, umanità ed eroismo. Nel 1952 è stato posto sotto la tutela dello Stato e salvaguardato, nel 1999 è stato dichiarato monumento di interesse nazionale.
Per il suo valore simbolico ed il significativo ruolo svolto nella storia e cultura europea, nel 2015 l'Unione europea l'ha insignito con il Marchio del patrimonio europeo (European Heritage Label) quale simbolo dei valori di solidarietà, umanità, dialogo interculturale e resistenza, rappresentando un luogo di memoria storica e di educazione alla pace. Valori che ci auguriamo riacquistino significato nell'attuale situazione internazionale.
Da sottolineare che i due più importanti ospedali partigiani sloveni portavano il nome di due donne "Franja" e "Pavla" le dottoresse Franja Bojc Bidovec e Pavla Jerina Lah. In entambi operò il medico partigiano italiano Antonio Ciccarelli "Anton".
In Slovenia esistevano più di 240 unità ospedaliere con circa 5.000 posti letto, che impiegavano 244 medici e dentisti su 757 presenti sul territorio dell'attuale Slovenia all'inizio della guerra, oltre 3.000 infermiere e infermieri qualificati e 260 studenti di medicina su 350 iscritti alla facoltà di medicina di Lubiana all'inizio della guerra. Da sottolineare anche un altro aspetto che riguarda la tanto vituperata collaborazione con la Resistenza jugoslava e cioè il fatto che questa collaborazione ha consentito a diversi ammalati e feriti, tra i quali, come ricordato, diversi militari alleati, non solo di essere curati ma anche di essere poi trasportati, via mare dalla costa Dalmata o via aerea dagli aeroporti nell'interno della Jugoslavia, verso il meridione d'Italia, nella Puglia.
La regione Puglia era stata liberata già alla fine del 1943 e divenne una base logistica fondamentale per le azioni militari alleate per i bombardamenti lungo le due sponde dell'Adriatico e per le azioni sui valichi alpini e sulle città del nord Italia e del III Reich nazista.
La Puglia ospito anche, in quanto forza alleata e in seguito agli accordi tra Churchill e Tito, importati basi addestrative e di reclutamento per l'esercito di Liberazione della Jugoslavia (per esempio qui si arruolò il compianto nostro Presidente provinciale dell'ANPI, Federico Vincenti "Riki").
In questo scenario la regione costituì un importante appoggio per i partigiani slavi attivi nell'EPLJ che qui appunto potevano addestrarsi, ma anche per quelli che, fuggiti dai centri d'internamento della penisola italiana o dalle isole, attraverso le basi di appoggio potevano ritornare in Patria. Inoltre coloro che combattendo nei Balcani o anche lungo la penisola e che venivano gravemente feriti, proprio in Puglia potevano essere trasferiti e curati in centri di cura appositamente costituiti.
Notevole fu anche l'afflusso di profughi dalle zone balcaniche divenute teatro di sanguinosi rastrellamenti da parte dell'occupazione nazi-fascista con i loro alleati locali e di intensi scontri contro di loro. L'arrivo in Puglia, spesso con imbarcazioni di fortuna o sovraffollate, più di rado con aerei alleati, si intensificò nel 1944: secondo un calcolo riportato da Kurt Voigt, si "trattò di circa 36.000 persone entro settembre e successivamente di 4.000 in media al mese." Anche numerosi militari italiani prigionieri dei tedeschi sfuggiti alla cattura e/o all'internamento in Germania furono trasbordati, via mare, nel sud Italia.
In Puglia infatti esistevano importanti strutture ospedaliere gestite da alleati e jugoslavi, a Grumo Appula vi fu la sede del più importante ospedale partigiano jugoslavo, il maggiore in Puglia, ma strutture ospedaliere esistevano anche a San Ferdinando di Puglia (ospedale per ammaliati tisici), a Barletta (presso l'ospedale militare), a Gravina di Puglia, Grottaglie, Maglie e Lecce.
Questi fatti ci possono far comprendere che nonostante non esistessero delle direttive precise la rete sanitaria era efficiente e soprattutto solidale tra le formazioni partigiane di vari orientamenti, le varie formazioni militari e le varie nazionalità e operava anche a supporto e con il supporto della popolazione civile.
Anche qui si può scorgere il contributo che la Resistenza e gli esiti del secondo conflitto hanno lasciato in ambito sanitario con la costituzione delle Nazioni Unite nell'ambito della quale viene fondata, il 7 aprile 1948, l'Organizzazione Mondiale della Sanità, che vive ora, come altre organizzazioni internazionali nate dopo il secondo conflitto mondiale, una grave crisi che ne snatura il ruolo e depotenzia l'intervento. E' da questa crisi di ruolo che nascono organizzazioni non governative che operano nella sanità in un contesto mondiale caratterizzato da crisi determinate da guerre, carestie, disastri naturali.

Luciano Marcolini Provenza

Alcune biografie di medici a titolo esemplificativo:

Medici ospedalieri

Gino Pieri (Anagni 17 novembre 1881 - Roma 21 giugno 1952)
Di famiglia di origine marchigiana, nacque nel novembre del 1881 ad Anagni (Frosinone), dove il padre svolgeva l'attività di segretario comunale. In quella cittàdina frequentò le scuole primarie e, nella vicina Alatri, il liceo classico presso il convitto Conti-Gentili. Trasferitasi la famiglia a Porto San Giorgio, nelle Marche, egli si segnalò ben presto per un coraggioso atto di valore salvando tre donne in pericolo di annegamento, per cui gli venne conferita una medaglia di bronzo al valore civile. Qui, a Porto San Giorgio, dove nella Biblioteca comunale dedicata al suo nome vengono conservati le sue carte ed i suoi ricordi, si avvicinò agli ideali del socialismo, ideali che non abbandono mai. Studio medicina e chirurgià all'Universita di Roma, dove nel 1905 consegui la laurea con il massimo dei voti.
Inizio, quindi, la sua attività agli ospedali Riuniti di Roma prima come assistente, poi, nel 1913, come aiuto di Rataele Bastianelli. All'entrata dell'Italia nella prima guerra mondiale, si presentò come volontario; quando venne congedato con il grado di capitano, portava due medaglie di bronzo al valor militare. Nel dopoguerra conseguì due libere docenze, la prima in traumatologia (1919), la seconda in operatoria (1923). Antifascista, venne perseguitato, sorvegliato e schedato per le sue idee socialiste e per essersi abbonato all' "Ordine nuovo" di Gramsci. Per sfuggire a questa persecuzione, nel 1923 si trasferi a Belluno, dove esercito la professione come primario chirurgo presso l'ospedale civile e dove rimase fino al 1934. Pubblico nel 1934 una delle sue opere fondamentali, Contributi clinici alla chirurgià del sistema nervoso vegetativo, tematica sulla quale sarebbe ritornato più volte e per la quale divenne uno dei più eminenti chirurghi italiani, mentre del 1937 è la Fisiopatologià del simpatico nell'uomo. Coltivò l'arte, gli studi letterari e storici, ai quali si dedicò lasciandoci alcuni acuti saggi, come quelli sullo scienziato bellunese Girolamo Segato (1792-1836), sull'occupazione napoleonica in Friuli, sul Leopardi, su Giocchino Belli, su Machiavelli, Ugo Betti e altri poeti e storici. Nel settembre del 1934 si trasferì a Udine come primario presso il locale ospedale civile, dove rimase fino al 1950 quando rientrò a Roma. Nel frattempo era divenuto uno dei più illustri e stimati chirurghi italiani, collaboratore di numerose riviste scientifiche, anche europee, quali "La presse medicale", per diventare infine, dal 1949 al 1951, presidente della Societa italiana di chirurgia. A Udine lasciò un grande ricordo sia per la sua
umanità e generosità, sia per l'alto contributo dato durante il periodo resistenziale. Infatti, subito dopo l'8 settembre, fin da quando le prime formazioni partigiane friulane si formarono sui colli retrostanti Nimis, Attimis e Faedis, P., con il nome di copertura di "Quidam", entrò nella Resistenza per mettere le sue competenze a disposizione dei combattenti partigiani e del Comitato di liberazione provinciale di Udine. Durante i diciotto mesi della lotta di liberazione la sua attività antifascista e di prezioso supporto al movimento partigiano fu ininterrotta e caratterizzata da una estrema disponibilità: nel suo reparto di chirurgià accolse per operare, curare e proteggere i partigiani feriti. Scoperto nel marzo 1945 da un partigiano infiltrato, venne arrestato e detenuto nelle carceri di via Spalato, a Udine. Il 28 aprile furono gli stessi tedeschi, ormai in rotta, a liberarlo allo scopo di allacciare contatti, che furono rifiutati, con il Comitato di liberazione. Uscito indenne da quel mese di detenzione, fu nominato dal CLN commissario straordinario dell'ospedale civile di Udine. Erano momenti di grandissima difficoltà a cui seppe far fronte con il suo instancabile impegno, con la sua dedizione. Dell'esperienza partigiana egli lasciò un libro di memorie, Storie di partigiani, scritto a ridosso di quelle vicende, pubblicato in una prima edizione alla fine del 1945, in una seconda l'anno seguente. Fu il primo contributo, anche se di tipo narrativo più che storico, alla conoscenza di quella lotta per la liberta di cui fu protagonista anche la gente friulana. Nel dopoguerra Pieri partecipò alla rinnovata vita politica militando nelle file del Partito socialista italiano, divenendo anche assiduo collaboratore del settimanale socialista "Il Lavoratore friulano". Partecipò al XXIV congresso del partito, assise rifondativa del socialismo italiano, che si tenne a Firenze nell'aprile del 1946. Dirigente di primo piano, insieme a Giovanni Cosattini e ad Ernesto Piemonte, fu eletto il 2 giugno 1946 all'Assemblea costituente portandovi le sue idee europeiste e la condivisione del manifesto di Ventotene di Altiero Spinelli. Rimasto nel PSI quando nel gennaio del 1947 ci fu la scissione saragattiana di palazzo Barberini, fu candidato alle elezioni del 18 aprile 1948 nel collegio di Cividale del Friuli, senza però venire eletto. Cessata la sua attività di medico ospedaliero dopo quarant'anni di lavoro, rientrò a Roma dove continuò sia il suo impegno di chirurgo presso la clinica del suo antico maestro Bastianelli, sia quello politico come membro del Comitato centrale del Partito socialista. A Roma si spense improvvisamente il 21 giugno del 1952.
(Dizionario Biografico dei Friulani . scheda di Alberto Buvoli)

Oliviero Fabris (1931.1975)
Medico chirurgo, specializzato in Igiene, svolse la sua attività all'Ospedale di Cividale del Friuli, affiancando il lavoro ospedaliero a quello di medico di famiglia. Per oltre vent'anni fu Ufficiale sanitario del Comune e medico scolastico, rappresentò un punto di riferimento costante all'interno dell'Ospedale per i partigiani e i collaboratori insieme al collega Gino Pittoni (1909 - 2002) Primario chirurgo dell'Ospedale di Cividale dal 1941 al 1979, dedicò quasi quarant'anni alla sanità pubblica. Laureato a Firenze, fu anche Direttore Sanitario e amministratore pubblico: consigliere comunale e assessore alla sanità nel dopoguerra.

Medici di origine ebraica

Zygmunt Osser "Paolo" (14 aprile 1904 - 2 marzo 1945)
Il dottor. Zygmunt Osser e nato, da benestanti genitori di origine ebraica, il 14 aprile 1904 a Varsavia. All'epoca, inizi del '900, la famiglia viveva nella parte della Polonia occupata dalla Russia zarista. Il padre di Zygmunt, Edward Osser si era appena laureato in Ingegneria Meccanica nel 1903, tra gli anni più violenti delle persecuzioni e dei pogrom scatenati in quelle terre contro gli ebrei. Per questo la famiglia Osser, la moglie Enrika del giovane ingegnere, maestra di pianoforte, con il neonato figlio Zygmunt decisero di trasferirsi lontano, oltre gli Urali, in Manciuria, (Nord est della Cina) dove i russi stavano per completare i lavori della ferrovia transiberiana.
Zygmunt studia a Harbin, capitale della regione cinese e all'età di 18 anni si
trasferisce in Italia. Si iscrive alla Facoltà di Medicina dell'Università di Padova dove si laurea nel 1935 e si innamora di Luisa Celotti, originaria di Gemona del Friuli, anche lei studentessa a Medicina. Conseguita la Laurea, Zygmunt si dedica alla professione di psicoterapeuta nella casa di cura a Regoledo, dove lo raggiunge poi Luisa, anche lei laureata, specialista in radiologià. Si sposano dopo pochi mesi.
Nel 1937 i coniugi si trasferiscono a Gemona del Friuli dove la coppia lavorera presso l'Ospedale civile fino alla promulgazione delle "leggi razziali" antiebraiche nel 1938 quando Zygmunt perde, oltre al pubblico impiego, anche la cittadinanza italiana appena acquisita. Nel 1940 la dott.ssa Celotti decide di accettare il posto di medico al Sanatorio di Villa Melsi sulle colline di Buttrio in provincia di Udine. La località è appartata, lontana dai centri abitati e garantisce alla famiglia una discreta "tranquillita" fino all'8 settembre 1943, data della capitolazione dell'Italia. Il
territorio nazionale viene quindi occupato dai tedeschi e quello friulano, viene
annesso addirittura al Terzo Reich. La repressione in generale e quella anti ebraica in particolare si accentueranno consigliando, nella primavera 1944, il dott. Osser a trasferirsi definitivamente sul Collio seguito poi dalla sua famiglia. Nel 1939 era nel frattempo nato suo figlio Edek, diminutivo di Edward comune in Polonia. Con il nome di "Paolo" Zygmunt entra a far parte dei partigiani della Divisione Garibaldi Natisone.
Nel Collio presterà, assieme alla moglie, la sua attività di medico al servizio dei partigiani e della popolazione locale. La sua e quella della dott.ssa Luisa Celotti "Šaša" è quindi una stretta collaborazione con il movimento partigiano di carattere umanitàrio, senza mai utilizzare le armi. Zygmunt ha in dotazione un mitra Sten che non userà mai. Intanto, suo padre, l'ingegnere Edward Osser, per 25 anni in Manciuria è da tempo Ispettore Capo del CER, (Chinese Eastern Railway), nel 1929 era rientrato a Varsavia: dopo l'occupazione tedesca della Polonia scompare per sempre tra 1940 e 1941, vittima della Shoah.
Osser tiene i contatti con i partigiani del Collio, in particolare con Amalija Urbanie Marija Savrin. La famiglia Osser, con il piccolo figlio Edek, si trasferisce nel villaggio di Hlevnik pri Neblem. Nel 1944 il sanatorio dove lavorava la moglie Luisa è diventato sede del comando delle SS e lei resta in Collio con i partigiani accanto al figlio Edek di 5 anni, e collabora con "Paolo". E' ampio il territorio dove Zygmunt dirige l'assistenza sanitaria del distretto e dove organizza una rete di cliniche per la popolazione, i collaboratori e i partigiani della zona. Il dottor. Osser fonda la prima clinica e farmacia nella fattoria vicino a Kmit a Kojsko. Nell'ottobre del 1944 i coniugi Osser tengono un corso di medicina nella canonica abbandonata del villaggio di Zapotok. Alle lezioni teoriche e pratiche prendono parte 14 ragazze. In questo modo e stato formato il personale delle cliniche rurali di Imenje, Ukanje, Zapotok, Kostanjevica, Volanski Ruti, Livške Ravne, alcune ragazze provenivano anche dal Tolminotto e dalle Valli del Natisone. Fino alla fine della guerra il lavoro ospedaliero fu svolto da Marica, Marija Jelini "Mira" e da Elja Hvalica vicino a Mlin ob Idriji. A Ukanjah era gestita da Leopolda Žnidari, che già prima della guerra gestiva la stessa clinica del villaggio di Maruši a Kojsko. L'assistenza medica d'urgenza e stata fornita da Angela Bajt di Bajtov. A Kostanjevica esisteva una struttura adibita a clinica da campo.
A supporto del servizio medico si sono occupate le residenti locali Milica Jeroni e Pavla Lašak "Planinka" del villaggio di Potravno. Per il primo soccorso ai feriti e agli ammalati era operativo il pronto soccorso nel villaggio di Zapotok, guidato da Mirko Velušek. Da qui, dopo un primo esame, i feriti e i gli ammalati erano inviati all'SVPB "Svoboda". Jožica Šuligoj di Kanal e Helena Mateli. erano tra le ragazze che nell'ottobre 1944 frequentarono il corso di medicina organizzato dagli Osser a Markii presso Zapotok. Le esercitazioni pratiche le facevano a Kostanjevica. I medicinali e il materiale sanitario venivano acquistati per lo più presso una farmacia a Quattroventi vicino a Corno di Rosazzo in Friuli.
Alla capitolazione dell'Italia, i comitati OF (Osvobodilna Fronta - Fronte di Liberazione sloveno) accumularono molte armi e altri materiali. La maggior parte del materiale militare e stato messo nel pozzo abbandonato a casa di Marija Bajt, i medicinali erano nascosti nel forno per il pane, che aveva l'ingresso murato. Il materiale sanitario necessario veniva prelevato attraverso l'apertura posta nella parte superiore del forno. Il nascondiglio non e mai stato scoperto. Il pozzo di Marija Bajt era cosi grande che a volte vi si nascondevano anche i partigiani. Giuseppe Vidalini da Udine riforniva, acquistandole, molte attrezzature mediche necessarie anche ad altre unità del IX Korpus sloveno. Sulla riva sinistra dell'Isonzo a Paljevo si trovava un deposito temporaneo per questo materiale. Nella seconda meta del 1944 il materiale sanitario per le cliniche del villaggio proveniva soprattutto dall'ospedale "Svoboda". Osser e sua moglie erano aiutati come assistente da Ante Maruši "Kmit" di Kojsko. Otto infermiere lavoravano nelle cliniche e 29 ufficiali medici locali erano li per assistere i bisognosi.
Il 2 marzo 1945 a mezzogiorno, mentre si reca a visitare un ammalato presso una famiglia della frazione di Brdice pri Košbani/San Lorenzo di Brizza, il dott. Zygmunt Osser, viene intercettato e ucciso nei pressi del ponte sul ruscello Košbanjšek dove ora e collocato, dal 1981, un cippo in sua memoria.
Il dott. Zygmunt Osser era disarmato ed in abiti civili. Il suo compagno, assistente e guardia di sicurezza, il diciassettenne Ivan Vuga di Vedrijan, che si prendeva cura dell'attrezzatura medica e della sua sicurezza, quel giorno non era con lui. La memoria del dott. Osser è ancora viva nelle popolazioni del Collio per il contributo umanitàrio e il sostegno sanitario da lui svolto in quei difficili anni. Fu sepolto nel villaggio di Hruševlje nel Collio, dopo la guerra sua moglie lo dissotterrò e lo seppelli nella tomba della sua famiglia a Gemona del Friuli. A tutti mancava il bravo e popolare dottore. Sua moglie Luisa fu molto colpita dalla morte del marito. Anche il controllo su di lei si rafforzò, cosi che dal marzo del 1945 non venne più nel Collio. Dopo la guerra si risposò e si trasferi a Roma dove mori, accanto a suo figlio Edek nel 2006.

Leo Levi (Modena 1906 - Cividale del Friuli 1948)
Leo Levi nasce a Modena il 20 gennaio 1906 da Ettore e Elisa Gentili, si laurea in medicina all'Università di Modena il 9 luglio 1930, sostiene l'esame di stato a Pisa dove si specializza in medicina interna e per un breve tempo e Assistente Medico.
Sceglie di fare il medico condotto che esercita in vari comuni fino a vincere la condotta a Cividale del Friuli (G.U. n. 70 del 28 luglio 1938) e il 22 agosto prende, con tutta la sua famiglia, la residenza in città al civico 1 di Via Patriarcato al secondo piano, aprendo l'ambulatorio di fronte all'abitazione al pianoterra. Il Comune di Cividale del Friuli gli affida anche l'incarico di Ufficiale sanitario.
A seguito alla promulgazione delle leggi razziali, 19 settembre 1938, viene esonerato, essendo ebreo, con delibera comunale del 19 dicembre 1938 dal servizio, nonostante il dottor Leo Levi non sia un israelita osservante e, poco prima della promulgazione delle leggi razziali abbia fatto atto di conversione alla Chiesa cattolica (9 settembre 1938). Continua privatamente ad esercitare la professione di medico ma, visto l'aggravarsi della situazione per le persone di origine ebraica e lo stato di guerra, nel 1941, decide di mettere al sicuro la famiglia trasferendo moglie e figli presso i famigliari della moglie.
Alla capitolazione dell'Italia, con la conseguente occupazione nazi-fascista, le cose peggiorano ulteriormente e il 22 aprile 1944 una pattuglia delle SS passa in ambulatorio per arrestarlo. Si salva miracolosamente nascondendosi tra il muro e l'anta del grande portone d'Ingresso all'ambulatorio. Riesce a fuggire dalla città e si rifugià nella cella mortuaria del cimitero di Purgessimo, dove viene assistito amorevolmente, e in segreto, dalla popolazione locale.
Entra a far parte, con il nome di Galeno, della Divisione Garibaldi-Natisone - Brigata Bruno Buozzi diventando il medico della Divisione. Dopo il grande rastrellamento nazi-fascista che porto alla dissoluzione della Zona libera del Friuli orientale (29 settembre 1944) segui, nel dicembre del 1944, la formazione partigiàna che si trasferi oltre Isonzo.
Un aneddoto, sull'attraversamento dell'Isonzo la notte di Natale, ci viene raccontato dalla testimonianza del garibaldino Tarcisio Rizzi - Harlem:
"Guadavamo il fiume quanto era possibile veloci, però anche nel guado, c'erano difficoltà impreviste. La sorte peggiore toccava a quelli che erano di statura bassa; a questi il livello dell'acqua arrivava fino all'ascella. Il medico della divisione, dott. Leo Levi "Galeno" di Cividale che era di statura molto bassa, l'ha trasportato la corrente dell'acqua in pericolosa profondita. Di questo se ne sono accorti i compagni, quando videro galleggiare il suo cappello sull'acqua e lo salvarono nell'estremo momento. Per lo splendore della luna, la notte era molto chiara. L'acqua torbida cancellava e nascondeva tutto e più di qualcuno inceppava coi piedi scalzi contro le pietre subacquee, imprecando, cio che ci metteva in serio pericolo. Tra l'acqua e l'aria gelida era per noi come se qualcuno spezzasse il nostro corpo con una lama tagliente."
Segui quindi tutte le vicende della Divisione garibaldina nell'attuale territorio della Repubblica di Slovenia partecipando il 6 maggio del 1945 alla liberazione della città di Lubiana. Rientra a Trieste il 20 maggio 1945 e quindi, a seguito della smobilitazione delle formazioni partigiane il 24 giugno 1945 a Udine, rientra a Cividale.
Al suo rientro, non venendo integrato nel posto di Ufficiale Sanitario del Comune di Cividale del Friuli, riprende ad esercitare la sua professione dedicandosi in modo particolare alle fasce di cittàdini più bisognosi.
Muore per scompenso cardiaco l'8 ottobre 1948 in seguito alle sofferenze fisiche e psichiche a cui era stato sottoposto dalle leggi razziali e dagli anni di guerra. Viene tumulato, per sua volontà, nel cimitero di Purgessimo grato per l'aiuto ricevuto durante la sua fuga. Lascia la moglie Violante Celoni e i figli Ettore, Giuseppina e Maria Elisa (Marisa). Ora le spoglie si trovano nella tomba di famiglia a Vittorio Veneto.
Leo Levi, ha lasciato nella comunita cividalese un ottimo ricordo per la dedizione, per la sua generosità e per l'attenzione verso i più bisognosi che gli valsero l'appellativo di "medico dei poveri".

Medici militari

Antonio Ciccarelli (Novara 6 luglio 1914 - ?)
Nel settembre del 1943 Ciccarelli, si trova come uticiale medico nell'aeroporto di Merna a Gorizia. Nel tentativo di fuggire alla cattura da parte dei tedeschi per passare con i partigiani incontrera a Savogna d'Isonzo le formazioni partigiane slovene nelle quali poi si arruolera portando con se un'autoambulanza, quattro infermieri, materiale sanitario e viveri. già dall'11 settembre il dottor Cicarelli si trovo a operare accanto all'unico medico sloveno in zona, il dottor Aleksander Gala "Peter", per assistere i numerosi feriti della "Battaglia partigiana di Gorizia".
In virtu dell'esperienza acquisita nelle campagne d'aggressione dell'esercito italiano in Albania e Grecia, il dottor Cicarelli opperò con professionalità e dedizione e divenne per i partigiani sloveni il "Dr. Anton". Esiste una testimonianza di Ivan Cibic che ferito e fu curato dal dottor Antonio Cicarelli: "Arrivati a ernie mi portarono in un casale, mi misero su un tavolo di legno e il medico italiano, al chiarore di una lampada a petrolio, mi opperò alla gamba ferita.
Ho sentito solo un surrurro: "Questo ferito è in condizioni gravi". Solo una rapida occhiata al medico è stata suticiente per far rivivere in me il ricordo del dottor Ciccarelli che avevo incontrato a Merna e ora il militare italiano stava salvando un partigiano sloveno! (Cibic aveva incontrato Ciccarelli il 10 settembre 1943 nel corso di trattative per la resa dei militari italiani ai partigiani sloveni). Nel piccolo casale si stipavano molti partigiani feriti. Solo pochi giorni dopo l'esercito
partigiano, compresi i feriti dovette lasciare il casale per l'avanzata dei tedeschi e trasferirsi altrove. I feriti più gravi furono trasferiti con un'ambulanza a Predmeja e da li ancora avanti nel profondo della foresta di Tarnova. Nascosti nella cavita carsica in mezzo alla foresta, nel freddo e alla pioggia, rimanemmo senza cibo per cinque giorni. Tutto il tempo siamo stati sotto le cure del dottor Antonio Ciccarelli e dei suoi infermieri. Dopo un mese di vita sotto le tende, nel mese di novembre, per sicurezza fummo spostati in una casetta solitaria vicino il borgo di Idrija. I feriti furono disposti su giacigli vicino ad una stufa accesa, il medico e i suoi aiutanti nella soffitta su giacigli di foglie e fieno. Mai uno del gruppo Ciccarelli si lamentò per le situazioni difficili."
Ciccarelli ha partecipato alla costruzione del primo ospedale partigiano nei pressi di Idrija, l'ospedale "Pavla". Ciccarelli espresse poi il desiderio di unirsi alla Divisione di partigiani italiani "Garibaldi-Natisone" che nel frattempo si era trasferita nel territorio del IX Korpus sloveno dell'Esercito di Liberazione Jugoslavo. Ne assumerà la direzione del servizio sanitario, organizzando il servizio stesso e costituendo i posti di medicazione e gli ospedali da campo.
Seguì quindi le sorti della Divisione italiana nei feroci e sanguinosi combattimenti nella zona di Cerkno, Skofja Loka, Idrija e poi nel trasferimento fino ai confini con la Croazia a Brod na Kupi.
"Ho fatto il mio dovere e nient'altro che il mio dovere di uomo e di medico per una causa giusta, per la quale migliaia e migliaia di partigiani hanno fatto olocausto della loro vita", dichiarera il dott. Ciccarelli.
A maggio del 1945 partecipera alla Liberazione della città di Lubiana per poi rientrare finalmente in Italia alla fine del mese stesso.

Mario Cordaro (Giardini Naxos 1910 . Udine 1994)
Si Laurea in Medicina a Catania, nel 1932, perfezionandosi in ematologià prima a Pavia e poi a Praga dove risiede dal 1938 al 1941. Richiamato alle armi rientra in Italia. La sua originaria destinazione e seguire l'ARMIR nella guerra di aggressione all'Unione Sovietica in virtù della sua conoscenza delle lingue slave. Una serie di eventi determina invece la sua assegnazione al campo di internamento di Gonars. A Gonars arrivò che il campo era ancora privo degli attesi prigionieri russi, in realta ne arrivarono poi solo due. Il campo venne poi popolato dapprima da internati militari graduati sloveni e poi in misura più consistente da civili. La sua attività nel campo e stata di sostegno ai deportati alcuni dei quali erano intellettuali e artisti sloveni che per il suo tramite ebbero la vita detentiva alleviata. Cordaro forniva loro anche il materiale per potersi esprimere secondo le proprie capacita artistiche ragione per la quale esiste una notevole raccolta di disegni, eseguiti nelle varie tecniche, che ritraggono la vita nel campo o le figure dei carcerieri e degli internati. In qualche occasione, l'opera di interprete svolta dal dottor Cordaro, evitò a qualcuno di loro la fucilazione. Le condizioni nel campo peggioravano progressivamente per l'arrivo di numerosi internati, uomini e donne, e per il succedersi dei comandanti del campo. Un grosso trasporto di internati arrivo dall'isola croata di Arbe/Rab sulla quale esisteva un altro campo d'internamento. Cosi ricorda quell'episodio il dott. Cordaro: "I nuovi arrivati portarono lo scompiglio nel campo ove ci fu subito un super affollamento di gente denutrita, malata e sporca. (...) Il nostro reparto sanitario chiese allo Stato
Maggiore, come già inutilmente avevano fatto i Medici di Arbe, che venisse data una razione di vitto supplementare per poter salvare almeno chi era in grado di reagire alla malattia e alla debilitazione. (...) Il nostro lavoro era divenuto bestiale ma purtroppo non potevamo far altro che constatare la nostra impotenza, sia perché i malati non venivano aiutati con la dieta, sia perché c'era una grande scarsezza di medicinali. Il cimitero di Gonars non poteva più accogliere i morti che si contavano a varie decine ogni giorno e cosi fu in fretta costruito un nuovo cimitero nelle vicinanze immediate del campo. (...) Moltissimi i bambini morti. A questo proposito ricordo che quasi tutti i bambini croati erano morti, mentre quelli sloveni sembravano non aver sofferto. Ci volle qualche settimana perché potessimo capire la vera causa dei decessi. Le madri si presentavano alla distribuzione del rancio con due gavette, una per se e una per il bambino. Dopo molte indagini e appostamenti fatti dalle nostre infermiere, potemmo accertare che le madri che. provenivano dai villaggi sperduti nelle montagne sopra Fiume, mangiàvano il rancio proprio e anche quasi tutto quello del bambino. Da quel momento provvedemmo in un modo diverso, ma purtroppo riuscimmo a salvare ben pochi bambini. Quello che racconto sembra una assurdita incredibile, ma purtroppo la fame riesce a far scomparire anche il sentimento dell'amore materno."
In qualita di medico e interprete Cordaro rimase a Gonars fino al 12 settembre 1943 data nella quale il campo fu abbandonato dalle guardie e i deportati poterono fuggire prima di essere catturati dai tedeschi.
In seguito si sposto a Cividale del Friuli dove fu Primario del reparto di Medicina Interna nell'Ospedale Civile. Nel dopoguerra, cosi rileviamo dagli archivi dell'ANPI, il dottor Mario Cordaro fu sottoposto a pressioni da parte della Direzione dell'Ospedale cividalese e forse fu uno dei motivi che concorsero, nei primi anni '70, al suo trasferimento a Udine e ad occuparsi privatamente della professione medica. Nel 1973 fondo l'Istituto Diagnostico Friuli Coram. Continuò nella sua attività professionale fino a pochi giorni prima della sua morte.

Medici condotti internati in Germania

Manlio Fruch (Moggio Udinese 6 aprile 1904 - Eresig (D) 12 maggio 1945)
Si laurea in Medicina e Chirurgià a Bologna il 12 novembre 1929. Nel maggio del 1936 vince il concorso e diventa medico condotto a Pulfero. Di sentimenti antifascisti dopo l'8 settembre 1943 si dedicò completamente alla causa partigiàna curando in ogni borgata e bosco ove ve ne fosse necessità partigiani ammalati o feriti che spesso riusciva audacemente a trasportare all'Ospedale civile di Cividale. Fu il medico che cercò di curare il partigiano benecjano Marco Redelonghi ferito, eroe nazionale jugoslavo, autore di un grande operazione di sabotaggio all'aeroporto Belvedere nei pressi di Povoletto che poi si suicidò per evitare la cattura da parte dei nazifascisti.
Arrestato una prima volta il 12 novembre 1943 fu rimesso in libertà il giorno di Natale, ma già l'8 gennaio 1944 è arrestato nuovamente. Il 28 febbraio giunge a Dachau. Nel Reich e trasferito in vari campi. Il giorno prima di essere deportato in Germania scriveva ai famigliari: "Domattina partiro per l'esilio in Germania. Saremo in molti. Spero di tornare, e presto, e per sempre. Ma non si sa. Non mi sorprende la decisione presa nei miei riguardi, né mi risveglia proposiiti di rivalsa contro nessuno ... Non piangere mamma, pensa a quante madri e figli hanno sofferto più di noi, molto più in questa illogica guerra. Vedrete in Paradiso il vostro Manlio se non tornerò ..."
Il 9 novembre 1944 è trasferito a Leonenberg. Muore di tifo petecchiale il 12 maggio 1945 nell'ospedale bavarese di Eresig.

Lamberto Mermolja (Gorizia 1894 . Gorizia 1978)
Lamberto Mermolja si era laureato a Praga 1921. Nel 1923 fu medico a Idrija.
Ritornò poi a Praga dove nel 1925 si specializzo in odontoiatra. La sua casa era un covo di patrioti italiani e sloveni, antifascisti. Ebbe tre figli, tutti antifascisti e partigiani.
Fu arrestato dalla polizia politica italiana già nel settembre del 1942 e detenuto nelle carceri di via Berzellini, insieme con la figlia Tanja e poi con l'altra figlia Marica. Alla capitolazione dell'Italia fu liberato e continuo la propria attività antifascista. Il figlio Franc si uni ai partigiani diventando responsabile culturale del Briški battalion. Cadde il 27 dicembre 1944 in Slovenia. Anche le due figlie Tanja e Marica collaboravano con la Resistenza. Tanja prestava servizio come infermiera volontaria nell'ospedale da campo "Pavla" e in seguito nel famoso ospedale "Franja".
Nel mese di gennaio del 1944, Lamberto, fu arrestato dalla Gestapo, incarcerato per 5 mesi e deportato in Germania. Sopravvisse e rientrò nel giugno del 1945.
Nel dopoguerra svolse un'intensa opera di fratellanza tra i due popoli italiano e sloveno anche quando i rapporti fra l'Italia e la Jugoslavia, per la questione dei confini, erano estremamente tesi.

Studenti di medicina

Lino Argenton (Este 1920 - Aquileia 1991)
All'epoca della Guerra di Liberazione Lino Argenton era studente universitario presso la facoltà di Medicina di Padova. Fratello minore di Mario che sarà poi rappresentate delle formazioni liberali in seno al Comando del Corpo Volontari della Liberta. Entrò da subito a far parte della Resistenza diventando in breve tempo Commissario della 156a Brigata "Bruno Buozzi" della Divisione d'Assalto "Garibaldi-Natisone". Nel settembre del 1944 era impegnato nei combattimenti per la liberazione di Nimis e Faedis. In questo periodo collaborava saltuariamente al presidio sanitario di Gradischiutta. A seguito della battaglia che pone fine all'esperienza della Zona Libera del Friuli orientale passa con tutta la Divisione alle dipendenze operative del IX Korpus sloveno seguendo le vicende della Divisione "Garibaldi-Natisone" fino alla smobilitazione. Nel dopoguerra termina gli studi e si Laurea in Medicina e Chirurgià svolgendo l'attività di Medico condotto dapprima a Moruzzo, poi a Brugnera infine ad Aquileia. Sposerà la partigiàna Violante Principi. Manterrà sempre fermi i suoi ideali per la giustizia e la liberta e nella bassa friulana si interessera alle lotte dei lavoratori delle campagne.

Franco Celledoni "Atteone" (Faedis 1918 - 1945)
Franco Celledoni nasce a Faedis il 10 febbraio 1918, all'eta di 7 anni resta orfano del padre Vincenzo. Il fratello Enzo, di quattro anni più vecchio frequenterà il Seminario (lo zio del padre era Monsignor Luigi Pelizzo). Dopo le scuole elementari Franco prosegue gli studi a Cividale del Friuli dove consegue la maturità classica per poi iscriversi, nel 1937, alla Facoltà di Medicina dell'Universita di Padova. Qui, molto probabilmente, entra in contatto con ambienti antifascisti. All'entrata in guerra dell'Italia nel 1940 e dispensato dal servizio militare per completare gli studi. La discussione della tesi di Laurea e prevista per l'autunno del 1943 ma gli avvenimenti precipitano e dopo l'8 settembre Franco Celledoni rientra a Faedis dove rimane fino alla primavera del 1944 quando si unisce alle formazioni partigiane osovane col nome di battaglia di Atteone. In zona svolge la propria generosa attività di assistenza medica per i resistenti e per la popolazione nelle frazioni della pedemontana del Friuli orientale e, durante il periodo della Zona Libera, nell'ospedaletto di Forame.
Franco Celledoni, all'epoca ancora studente, è indicato come una delle vittime di Porzus.

Medici caduti in combattimento

Aulo Magrini (Luint 25 settembre 1902 - Sutrio 15 luglio 1944)
E' stato tra i protagonisti della Guerra di Liberazione in Carnia. Nacque a Luint di Ovaro il 25 settembre 1902. Intrapresi gli studi classici a Udine, li concluse a Faenza dopo la rotta di Caporetto. Da studente liceale si avvicino alle idee comuniste, alle quali aderì con convinzione durante gli anni universitari. Nel 1919 si iscrisse a medicina presso l'Ateneo patavino. A Padova negli ultimi mesi del 1922 prese parte a manifestazioni studentesche antifasciste: coinvolto in uno
scontro con i fascisti, rimase ferito. La famiglia lo indusse a proseguire gli studi a Firenze, dove si laureò nel 1925. Mantenne viva l'adesione al Partito comunista italiano e l'opposizione al regime, che gli costarono una perquisizione nella casa di Luint e controlli continui. Rientrato in Carnia, fu medico condotto prima a Forni Avoltri e dal 1929 a Prato Carnico. Dall'osservazione diretta della realtà carnica elaborò analisi critiche della condizione sanitaria della regione, sull'esempio degli studi fatti dal bisavolo Giovanni Battista Lupieri. Occasione di ricerca fu la partecipazione, in qualità di ispettore e membro del consiglio direttivo, all'Associazione Pro Carnia promossa nel 1927 da Michele Gortani. Nel 1930 pubblicò i risultati della sua indagine su Il problema igienico sanitario in Carnia, in cui tratto con metodo scientifico la questione sanitaria, denunciando ritardi e carenze e avanzando proposte di intervento. Avvio un'opera di sensibilizzazione della popolazione e degli enti amministrativi all'osservanza di norme igienicosanitarie nella sfera personale, nel settore urbanistico e edilizio e nel campo lavorativo, mostrando particolare sensibilita nei confronti della tutela del lavoro minorile e femminile. Promosse, inoltre, una riforma strutturale dell'organizzazione assistenziale medica a livello ospedaliero e a livello condotto, col fine di favorire un più facile accesso logistico e finanziario ai servizi sanitari. In tal senso introdusse in Val Pesarina una forma di mutua sanitaria. Per questo motivo, già nel corso degli anni Trenta, fu denominato "il medico dei poveri".
Partecipò attivamente alla lotta di liberazione fin dall'autunno 1943, promuovendo la nascita di una rete organizzativa partigiàna in Carnia. Prese parte ad azioni di sabotaggio nei confronti dell'esercito tedesco, diede vigore al Comitato di Liberazione carnico e seguì fin dall'inizio la formazione ai valori ideologici della resistenza degli sbandati alla macchia e della popolazione.
Nell'aprile 1944, per sfuggire a un arresto, si separò dalla moglie e dai quattro figli ed entrò organicamente nelle fila garibaldine con il nome di battaglia del padre, Arturo; in giugno fu nominato commissario politico del battaglione "Carnia", comandato da Ciro Nigris. Il periodo resistenziale fu fervido anche di una profonda riflessione nell'ambito del pensiero autonomista. In un'ottica di lungo
periodo, ipotizzò la concessione in uno Stato italiano libero e democratico di ampie autonomie locali, capaci di contrastare l'accentramento statale fascista e prefascista. In particolare, delineò un possibile assetto amministrativo della Carnia, proponendo l'istituzione di un'associazione, chiamata Pro Carnia, di comuni ed enti amministrativi e cooperativistici capaci di gestire indipendentemente i beni della regione. Mori il 15 luglio 1944 in combattimento a Sutrio, durante un attacco partigiano contro una colonna di soldati tedeschi. Nel 1957 gli fu conferita la medaglia d'argento al valor militare.
(Dizionario Biografico dei Friulani . scheda di Anna Di Qual)

Saverio Perrini (Putignano 1911 - 1945)
Saverio Perrini "Libertà". Originario di Putignano in provincia di Bari, all'8 settembre era di servizio come ufficiale sanitario nell'Ospedale militare di Udine, partigiano della prima ora in Bene.ija e sul Collio opperoome medico nell'ospedaletto partigiano di Gradischiutta di Faedis fu poi medico della 156a Brigata garibaldina "Bruno Buozzi" col grado di Capitano. Caduto all'eta di 33 anni in Slovenia nell'aprile del 1945 nelle durissime battaglie nella Selva di Tarnova sovrastanti la città di Gorizia.

Fonti:

Lino Argenton, I medici durante la Resistenza nella regione Friuli, in "Storia contemporanea in Friuli" n. 21, 1990.

Jelka Peterka - Rok Urši as lovenosti, Tolmin 2016.

www.dizionariobiograficodeifriulani.it

www.anpiudine.org/resistenza-in-frtiuli/biografie/

https://pg89gonars.jimdofree.com/gonars-1942-43/documenti/memorie-dottmario-cordaro/

https://www.lintver.it/storia-vicendestoriche-nostrastoria.html

Si segnala inoltre il lavoro di ricerca svolto dalle studentesse della 5A del Liceo Pujati di Sacile sulla figura del dottor Marco Meneghini ascoltabile a questi link:

https://open.spotify.com/episode/7iiN3tSqTXtKMLUKr4N3WV?si=f_7H9HmlSci0ydPUD6h-RQ

oppure aprendo questa pagina:

https://files.fm/u/9e2s8wzctm

Cividale del Friuli, 4 aprile 2026 

Luciano Marcolini Provenza

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